Pillole di Psicologia – Come gestire la rabbia

La rabbia come ogni emozione ha l’obiettivo di comunicarti che qualcosa non va.
E no, non mi riferisco a qualcosa di altro da te.
Intendo porre l’attenzione proprio su ciò che tu puoi controllare: il tuo atteggiamento, la vicinanza o la lontananza da certe persone.

Eh, ma se il mio compagno mi fa arrabbiare perché non lava i piatti cosa posso farci.
Calcola che molte volte ciò che ci fa scattare ed infuriare non è l’episodio miccia di per sé, ma un bisogno sommerso che non viene colto.
“L’ho sempre detto che è tutta colpa sua e non mi ascolta mai”.
Non ho detto questo.

Il bisogno spesso non lo cogli nemmeno tu in prima persona e per questo non riesci poi a comunicarlo.
E questo è il tuo pezzettino di responsabilità!
L’altro pezzo è una naturale conseguenza e cioè una situazione nella quale non ci sentiamo accolti proprio in quel bisogno.

Ecco la miccia innescata: Boom e la rabbia scoppia in tutta la sua potenza.
E bada bene dal ricercare l’immediato confronto con la persona che ritieni la responsabile della tua rabbia.
Prima è meglio far passare un po’ di tempo, così che la rabbia ceda il passo ad uno stato di quiete.
Solo a questo punto sarà possibile parlarne.

Occhio a quello che dici o fai quando sei nella situazione a caldo della rabbia perché potresti fare danni davvero significativi a te o agli altri.
Infatti è anche più facile che tu possa diventare più fisico nell’espressione emotiva proprio perché sei arrabbiato.

Come fare quindi per gestire la rabbia?
Allora intanto accogliamola e cioè non cerchiamo di eradicarla da noi, infatti è un pezzo di noi ed ha qualcosa da dirci.
Cerchiamo di capire cosa sta succedendo così da definire ciò di cui abbiamo bisogno: ad esempio il desiderio di più attenzione dal nostro partner.

Cerca di capire il messaggio che la rabbia vuole trasmetterti e cioè che dentro quella situazione, alle medesime condizioni, non ci stai mica troppo bene.
Agisci di conseguenza e inizia a verbalizzare ciò che provi.
E fallo un poco per volta: evita di accumulare.

Ritagliati sempre degli spazi di decompressione e sfogo: sport, passeggiate, una boccata d’aria.

Fammi sapere com’è andata.

Pillole di Psicologia – Esistono relazioni che possono diventare veleno

Le tipologie di relazioni sono le più disparate e, tra queste, troviamo dei legami profondamente tossici ed invalidanti con partner che hanno caratteristiche personologiche specifiche. Tra questi partner una delle personalità di rilievo nella creazione di legami tossici che risultano molto invalidanti per le “vittime” sono le persone con disturbo narcisistico di personalità.

Vi descriverò ora in breve che tipo di personalità è la personalità narcisistica e seguirà un piccolo estratto di un’intervista ad una paziente che dopo tanto lavoro nel contesto terapeutico è riuscita a liberarsi da quella prigione simbolica che la sua relazione era diventata.

Se vi interessa il tema, sul canale Youtube @psicoexplorer trovate molto materiale video su quelli che sono i campanelli d’allarme per riconoscere una relazione tossica, sulle implicazioni psicologiche connesse ed una videointervista ad una paziente che ha condiviso in forma anonima la sua esperienza.

E’ difficilissimo chiudere una relazione con un narcisista patologico. Egli conosce alla perfezione la sua vittima e sa benissimo su quali tasti far leva per mantenere il partner ingaggiato in uno stato di incomprensione e confusione in una posizione di speranza e smarrimento.

Il narcisista tiene la sua vittima in un costante stato di bisogno emotivo alimentando l’illusione che questo sarà prima o poi soddisfatto, ma ciò non accadrà mai!

Egli si nutre dell’altro per immaginare un’identità che c’è solo nel rispecchiamento con l’altro e che ha unicamente la funzione di “meet the needs” e quindi di soddisfare i suoi bisogni.

Anche se spesso il narcisista appare dall’esterno come brillante e sicuro di sé, ha in realtà bisogno di trattenere la sua vittima e abusarne come un vampiro energetico per cogliere un senso di sé rubandolo all’altro.

La relazione con un narcisista è profondamente abusante per la vittima che si sentirà sempre oscillare tra l’oppressione e l’illusione dell’amore e questo a lungo andare logorerà la vittima fino a portarla a soffrire psicologicamente in modo significativo.

Per uscire da questo tipo di relazione è fondamentale riconoscere la propria partecipazione come vittima a questa dinamica così da riconoscere il problema.

Questo primo passo non è così facile, infatti spesso la vittima, pur di non cambiare le cose, trasformerà il racconto a proprio vantaggio ponendosi nella dimensione dell’illusione che le cose miglioreranno (ma non miglioreranno!).

Che la vittima abbia una tendenza personologica alla dipendenza affettiva o no, sarà il narcisista a porvi in una dimensione di dipendenza, senza nemmeno che voi ve ne accorgiate, se non più avanti nel tempo.

Per uscirne indenni è importante iniziare un percorso di supporto psicologico o di psicoterapia  che possa darvi gli strumenti e una chiave di lettura diversa per gestire la situazione.

Una volta usciti/e dalla relazione abusante con un narcisista sarà fondamentale mantenere il “No Contact” e quindi una posizione di distacco completo e totale poiché ogni sms, chat, what’s up che il narcisista vi manderà avrà solo la funzione di riportarvi nella spirale della dipendenza e sarà agito solo per i suoi scopi personali.  

Intervista scritta in anonimo ad una paziente che è riuscita ad uscire da una relazione tossica.

1) Quanto siete stati insieme tu ed il tuo compagno?

Il rapporto con lui è durato circa un anno.

2) Come si comportava inizialmente?

È sempre stata una persona dal carattere forte, un dominatore.
Inizialmente sono stata io “a spingere” tra i due. Lui mi ha rifiutato parecchie volte,ma tenendomi sempre lì in stand by. Ha sempre voluto decidere tutto, ma nonostante questo gli piaceva il mio corteggiamento e nel momento in cui avevo deciso di lasciar perdere è stato lui a cercare me.
Diciamo che nonostante il carattere forte e un po’ lunatico sembrava una persona “normale”.

3) Quando hai visto un cambiamento nel suo modo di essere?

Giorno dopo giorno.
Alternava fasi di dolcezza a schifo totale nei miei riguardi.
E poi come se nulla fosse tornava ad essere tranquillo.

4) Litigavate? Perché? Come stavi dopo?

È sempre stato tutto un litigio. Le uniche volte in cui non si litigava era quando io lasciavo correre e stavo zitta. Per poi esplodere tutto insieme.
Alla fine di ogni discussione, stremata, chiedevo scusa io. Nonostante sapevo che non fosse giusto e che non fosse corretto. Io avevo le mie ragioni. Ma lui mi “minacciava” che sarebbe andato via, che poteva vivere senza di me, che non aveva bisogno di me per andare avanti e alla fine io tornavo sempre.
Il giorno del mio compleanno si scordò’ di farmi gli auguri. Mi lasciò anche in realtà, perché mi sono permessa di rimanerci male. A fine giornata ho chiesto scusa io.

5) La sessualità? Andava bene? Ti rispettava?

La sessualità era l’unica cosa in cui si andava d’accordo.
“Abbiamo un’alchimia pazzesca io e te” mi diceva sempre così.
Era vero, ho provato sensazioni mai provate e che forse non riproverò mai intense in quel modo. In realtà il nostro rapporto era basato solo ed esclusivamente sul sesso. Al di fuori di quello non sapevamo fare nulla.
Mi rispettava quando “diceva” lui. Alcune volte posso dire di avergli fatto fare quello che voleva per non “sentirlo” gridare.

6) Con i tuoi e suoi amici come andava? Lui era diverso?

Frequentavamo pochissimo gli amici, era più un rapporto tra me e lui e basta.
Con le altre persone rideva, era tranquillo, con me avrà riso forse tre volte. Era depresso, triste, aveva tutti i problemi del mondo.

7) Cosa ti portava a restargli accanto anche se ti svalutava?

Stava e sta passando un periodo molto complicato, e so per certo che questo ha contribuito molto nella nostra relazione e nella sua vita in generale. Io volevo “aiutarlo” per quanto possibile, condividere la giornata e le cose semplici. Tante mie amiche mi hanno detto “tu non puoi salvarlo” è vero, forse volevo salvarlo, ma lui non ha mai voluto essere salvato.

8) Cosa è scattato in te che ti ha portata a non cercarlo più?

Mi ha bloccato ovunque. Mi ha detto che mi avrebbe denunciata.
Ho provato in tutti i modi a recuperare questo rapporto. Sapevo per certo che se avessi mollato io, lui non sarebbe tornato. Infatti fu così.
Poi un giorno ho capito che in realtà se anche lui avesse accettato di vedermi o altro, io semplicemente non avevo più nulla da dirgli.
Mi ero “impuntata” inizialmente facendo davvero un casino dietro l’altro, perché non sapevo come affrontare la giornata senza di lui, non ero più in grado di farlo.
Poi gli amici giusti, la famiglia, la testa che si disintossica e soprattutto il tempo e la psicoterapia hanno fatto il resto.

9) Quando è finita? Come è andata?

Dopo l’ennesima litigata, stanca, fisicamente e mentalmente sono esplosa. Mi sono “ribellata”.
Sapevo di fare la cosa giusta. Sono andata via di casa,ero sicura di non volerlo , non era una persona che mi faceva bene, era una storia malata.
Ma dopo poco ho chiesto scusa anche lì. Questa volta però le scuse non sono bastate. Questa mia ribellione l’ha presa come un affronto personale.
Mi ha semplicemente detto: non ti amo più.
Io mi sono sentita morire. Completamente vuota, annientata, disorientata.

10) Ed ora a distanza di tempo va meglio?

Va molto meglio rispetto a prima. Per un certo periodo ogni cosa mi riportava a lui, il pensiero era lì sempre, anche se negavo. La mia testa era ancora sua. Tempo fa mi capitò di incontrarlo in macchina per caso, mi sono dovuta fermare perché ho iniziato a tremare.
Va meglio perché ho ricominciato a camminare con le mie gambe senza che lui dicesse giornalmente: dove come e quando, ma so per certo che se lui dovesse “mollare questo silenzio” tornerei ad avere paura.Il percorso di Psicoterapia mi ha davvero sostenuto a reggere emotivamente e sviluppare degli strumenti per ricominciare.

11) Cosa suggeriresti a chi è ancora intrappolata in una relazione tossica?

Di seguire quello che uno ha dentro.
Ogni donna sa, io sapevo.
Sapevo che restare era la scelta sbagliata ma restavo, per paura.
Accettare umiliazioni, offese, tradimenti, fa male tanto. Ma mai quanto capire di essere stata usata.
Quello non riesco ad accettarlo. Perché le persone così ti svuotano completamente per poi abbandonarti. Funziona così. È una legge.
Io ero vuota, non riuscivo a provare neanche rabbia per lui. La rabbia la provavo per me stessa. Per aver permesso tutto ciò .La frase che mi ripetevo io era : ” spero superi il limite in maniera che io possa trovare la forza di andare via. Speriamo faccia quello.  ” Ecc.
I limiti venivano puntualmente superati e io puntualmente restavo e perdonavo. E’ una ruota.
Non c’è nessun limite da “superare” per trovare questa forza è che semplicemente non deve esserci nessun limite. Il limite è nella nostra testa .
È facile forse per me parlare ora, perché sono passati mesi, ma i primi giorni neanche mi alzavo dal letto talmente era tanta la disperazione.
Ma, ne vale la pena?

12) Hai ricevuto supporto da amici e parenti?

Si e no. Alcune persone a me vicine mi hanno “allontanato” perché parlavo solo di lui, piangevo in continuazione, non uscivo, ero molto “pesante” lo so mi prendo le mie colpe. Altrettante non mi hanno lasciato un momento da sola. Hanno accettato i miei tempi e li hanno rispettati. Mio padre mi ha spronato ad iniziare un percorso terapeutico.

13) Cosa ti ha insegnato questa esperienza affettiva?

So che un giorno questa esperienza mi porterà a qualcosa , ma non so ancora a cosa.Ho deciso di condividere la mia testimonianza per aiutare le altre donne.
So che sono cambiata, forse cresciuta.
Ho capito che sono una credulona, che forse dietro il mio carattere forte in realtà c’è una donna fragile, che si è attaccata ad un qualcosa di finto.
Che le sensazioni bisogna ascoltarle, nominarle. Quando una persona ha un presentimento bisogna seguirlo.
Che il mondo è pieno di persone di merda che si spacciano per buoni samaritani, ma aspettano il momento giusto per colpirti.
Che nessuno può manovrare la tua testa, la tua vita, perché è tua.
Che le persone che ti vogliono bene te lo fanno capire, anche con un minimo gesto.
Che non devi elemosinare nulla da nessuno, soprattutto i sentimenti.
Che bisogna abbracciarsi.
E che la frase “con il tempo andrà meglio” è vera. È la frase più scontata del mondo ma è la più vera. Ma devi avere voglia di cambiare tu.

14)  Se lui dovesse tornare?  

Spero non lo faccia. Perché so che farei tanta fatica. So com’è fatto e soprattutto lui sa come sono fatta io.
Mi definivo senza vergogna, una drogata in astinenza. Per questo forse ho fatto tanti errori non appena sono stata lasciata. Lui era la mia dose di droga e di punto in bianco questa dose mi è stata tolta.
Di quei giorni ricordo solo la disperazione di non averlo più, completamente accecata e annientata. Vuota.
So per certo che a modo suo, involontariamente e inconsapevolmente, mi ha salvata, andando via lui. Perché probabilmente io non ci sarei mai riuscita.
Nonostante tutto, mi spiace per come sia finita.
Ma con persone del genere, non può finire in maniera diversa.
Sono finalmente più lucida. E sto piano piano riprendendo il controllo della mia testa e della mia vita.

Grazie per la tua testimonianza. La forma anonima è importante per tutelarti!

Grazie a tutti per l’attenzione. La speranza è che questa testimonianza sia d’aiuto a tutte quelle donne, tante troppe, ancora intrappolate in queste relazioni abusanti.Se vuoi ulteriori approfondimenti visita il canale YouTube @psicoexplorer così da trovare materiale audio e video a fini divulgativi.

Pillole di Psicologia – La separazione fantasmatica all’epoca dei Social

Nel gergo della tecnologia digitale il ghosting o “effetto ghosting” è una scia luminosa semitrasparente che le immagini in movimento si portano dietro.

Ecco proviamo a trovare il corrispettivo analogico di questo fenomeno: il ghosting relazionale.

In che senso?

Ci sono moltissimi tipi di persone nel mondo e le modalità di approccio, gestione ed, eventualmente, di risoluzione di un conflitto sono davvero le più disparate.

Alcune persone affrontano direttamente il problema con un partner sia esso affettivo intimo o amicale ed altre persone, per storia personale, rispetto alle loro esperienze vissute, fanno davvero fatica ad affrontare, verbalizzare e significare la separazione o l’allontanamento da una persona che, per qualunque motivo, non si ha più il piacere di frequentare.

Ecco che cos’è il ghosting, un fenomeno tanto potente ed attuale, tipico di questo momento storico, quanto doloroso, la maggior parte delle volte, per coloro che lo subiscono senza poter razionalizzare e significare i motivi che hanno portato una persona tanto intima e storicamente affettivamente vicina a sparire nel nulla quasi come se questa fosse diventata un fantasma.

Ecco che quella scia digitale computerizzata che un’immagine si porta dietro nel contesto informatico si traduce nel corrispettivo reale come una scia di ricordi ed emozioni che vengono meno d’un tratto in modo quasi inaspettato e quella persona, dal fidanzato, al compagno, all’amico intimo scompaiono, nel nulla e resta solo una piccola scia nel ricordo.

E a noi cosa rimane di quella persona? Il ricordo della sua presenza, della sua essenza e di ciò che nello scambio relazionale è stato vissuto nella sua potenza.

Restano però anche le domande sulla sua presente assenza che lentamente dovranno essere accettate prive della risposta che cerchiamo, poiché le parole, certe volte, non bastano.

Queste esperienze sono dei piccoli lutti che ognuno di noi, maschio o femmina, grande o piccolo, prima o poi nella sua vita si troverà ad affrontare.

La ricerca ci permette di dire che almeno l’80% dei soggetti di un campione di riferimento di persone di età compresa tra 18 e 35 anni ha subito almeno un’esperienza di ghosting.

Questo fenomeno può essere attivo (attuato in prima persona verso qualcuno) o passivo (subito da un partner).

Il ghosting è in realtà una forma di violenza psicologica che provoca significativo dolore nella persona che lo subisce.

Una configurazione piuttosto peculiare del fenomeno del ghosting riguarda una sorta di evoluzione filtrata dal mondo digitale e dai Social e che è stato denominato “orbiting”.

Di cosa si tratta? Il fenomeno dell’orbiting ha una particolarità e cioè, che senza l’integrazione con il mondo digitale, questo non esisterebbe.

Se il ghosting vede un partner o un affetto scomparire dalla propria vita senza segnali, parole o un confronto chiaro, ecco che l’orbiting affina questa caratteristica fantasmatica e cioè il partner o l’affetto viene meno nella vita reale: di fatto non vi saranno più cene al ristorante, aperitivi, cinema, teatro, appuntamenti ma (c’è un ma…) questi continuerà ad orbitare attorno a noi tramite i canali digitali o i Social mettendo like ai post, scrivendo ogni tanto in chat, seguendo la nostra vita digitale.

Avrete colto l’etimologia della parola che rimanda al senso di orbita e quindi di qualcuno o qualcosa che gravita attorno a noi senza però manifestarsi mai.

Il fenomeno accade più tipicamente nelle relazioni affettive “concluse” e quindi sarà più facilmente “l’ex” ad orbitare mettendo cuoricini e like nel mondo digitale di chi subisce questa modalità comportamentale. Tuttavia è possibile che si manifesti anche all’interno di relazioni amicali o lavorative.

Ciò che porta “l’orbiter” (se vogliamo coniare questo termine) ad agire così sembra essere legato al desiderio di controllo e potere che egli può esercitare sulla persona target, ma sembra anche esserci una categoria di soggetti che agisce così solo per semplice curiosità senza nemmeno pensare che questa modalità possa nuocere a chi la subisce (scarsa empatia o intelligenza emotiva?). Infine vi è un’ulteriore tipologia di persone che non sembrano essere molto sintonizzate con il proprio sé e non sembrano sapere cosa vogliano: “chiudo con te ma ti gravito attorno così magari un domani ritorno, forse… chissà… Oppure no”.

Di fatto l’orbiting risulta un fenomeno fastidioso per chi lo subisce ma con il quale si può imparare a convivere se non vi è rilevante dolore circa la fine di quella relazione già correttamente elaborata, tuttavia questa situazione può essere piuttosto dolorosa per quelle persone che hanno subito la rottura affettiva, ad esempio, e che, essendo ancora in parte legate a quel partner, non riescono a lasciarlo andare elaborando il distacco proprio perché egli gravita attorno a loro.

Per gestire il fenomeno qualora la situazione risultasse invalidante ritengo utile la modalità di gestione del partner narcisista: il no contact.

Abbiamo analizzato come funziona il fenomeno del ghosting (la persona sparisce senza dire nulla) e dell’orbiting (la persona scompare ma continua a gravitarci attorno via Social).

Il cerchio si chiude con un’ulteriore configurazione comportamentale che viene denominata “Zombieing”: proprio quella persona che era sparita senza dire nulla (ghosting) o che ci orbitava intorno (orbiting) torna improvvisamente nella nostra vita come se niente fosse accaduto e, comportandosi esattamente come se l’ultima volta che lo abbiamo visto fosse stata il giorno prima, è di nuovo nel nostro mondo.

Questo ritorno inaspettato è in realtà dettato da un bisogno narcisistico di nutrimento e soddisfacimento del proprio ego e, quindi, non ha molto a che fare con noi e quindi diventa importante prendere una posizione chiara e netta: non sei un giocattolo da prendere e buttare no? Devi volerti bene! Trai le tue conclusioni.

Lo scopo del ghoster nella dinamica dello zombieing è proprio quello di riprendere i contatti con noi e questi sa come farlo sfruttando le nostre debolezze e fragilità dato che ci conosce molto bene.

In questo caso è essenziale essere chiari con se stessi e sviluppare la propria resilienza così da riuscire a dire un limpido “no grazie” senza permettere allo zombie redivivo di divorarci e far vacillare la nostra identità e la nostra autostima rimandandoci in crisi, proprio quando l’idea di vivere senza di lui sembrava tollerabile.

Questo fenomeno provoca significativo dolore poiché apre alla possibilità del dubbio idealizzato e ci porremo dunque domande del tipo “magari è cambiato, tornerà tutto come prima”. Ebbene no! Lo “zombie” resterà sempre tale e continuerà a mangiarti e vomitarti. Inoltre farà a pezzi la tua autostima ed il tuo equilibrio.

Se ti trovi in una situazione difficile confrontati con i tuoi affetti importanti ed eventualmente prendi in considerazione la possibilità di scambiare due chiacchiere con lo Psicologo.

Pillole di Psicologia – Gelosia e Invidia

Concludiamo questo viaggio nelle emozioni con un’analisi sulla gelosia e sull’invidia.

“L’uomo invidioso pensa che se il suo vicino si rompe una gamba, egli sarà in grado di camminare meglio”. (Helmut Schoeck)

Gelosia ed invidia sono due emozioni secondarie complesse legate intimamente alle dinamiche sociali e tra l’altro spesso sovrapponibili.

La gelosia è parte fondante della vita dell’essere umano sin dall’infanzia e si trasforma nel corso dell’intera esistenza assumendo le sfumature più disparate: la gelosia di un bambino verso i propri genitori o verso un giocattolo, la gelosia verso il partner affettivo in età adulta o all’interno di una relazione amicale, la gelosia nei confronti di alcuni beni.

La gelosia implica un vissuto di allerta e di possibilità di perdita di qualcuno o qualcosa. Quest’emozione può arrivare, se connotata da un’eccessivo bisogno di possessività di quella cosa o di quella persona, ad essere significativamente invalidante e motivo di intensa sofferenza per la persona che la vive e per la persona a cui è rivolta.

La letteratura scientifica ci permette di dire che, soprattutto nella gelosia amorosa, è presente una diminuzione dell’autostima della persona gelosa e questo provocherà una maggior insicurezza di sé aprendo a vissuti di rabbia, preoccupazione, vergogna fino ad una vera e propria disperazione nelle situazioni più intense.

Le azioni del geloso (controllo, pedinamenti, aggressioni, vendette, dispetti) hanno origine in un più ampio senso di vulnerabilità, inferiorità che portano la persona a vivere in un persistente stato di insicurezza. Sto descrivendo una situazione connotata da un certo grado di gravità ma vi sono anche sfumature più soft.

L’invidia ha invece, seppur con molteplici punti di sovrapposizione rispetto alla gelosia, un riferimento maggiore al valore e all’immagine di sé. Alla base dell’invidia troviamo un senso di inferiorità, di competizione e di mancanza che porta la persona a desiderare il possesso di un bene o di una qualità o di uno status sociale che porta l’invidioso ad un ideale confronto con chi possiede l’oggetto del desiderio di possesso. Nell’invidia è importante il ruolo della rivalità e della competizione verso l’altro che spesso è considerato come colui che è fonte d’impedimento nella realizzazione del desiderio di possesso.

Spesso l’invidia sperimentata dalla persona invidiosa è negata e difficilmente sarà condivisa esplicitamente poiché fonte di vergogna nel dialogo con se stessi.

Dove sono in queste due emozioni, che assumono le caratteristiche di vere e proprie condizioni esistenziali, le funzioni emotive adattive?

Beh, seppur sia davvero complicato nella gelosia e nell’invidia cogliere quelli che possono essere degli spunti positivi, ecco che le risorse, in condizioni di gravità non psicopatologica, riguardano la spinta all’auto miglioramento di sé e quindi verso quei benefici che una competizione sana nella relazione con l’altro possono farci crescere personalmente, affettivamente e professionalmente.

Pillole di Psicologia – Speranza

“La paura può farti prigioniero, la speranza può renderti libero” (dal film “Le Ali della libertà”).

Per molto tempo si è discusso sul tema del considerare la speranza un’emozione oppure no. In realtà possiamo farla rientrare nello spettro delle emozioni secondarie e quindi di quelle emozioni che derivano da un miscuglio tra le emozioni primarie e le interazioni sociali della persona.

La speranza è intimamente connessa con le emozioni positive, infatti l’atto dello sperare genera benessere e motivazione verso il futuro. Quando speriamo ci sentiamo bene, carichi e positivi.

Se ci pensate ogni progetto, da quello affettivo a quello lavorativo, trova un denominatore comune nella speranza. Ogni piano può potenzialmente fallire e quindi andar male. Quindi lo evitiamo? Assolutamente no! Speriamo che funzioni!

Pensate sennò a tutte quelle situazioni della vita di ognuno di noi che generano dolore e sembrano apparentemente insormontabili ed ecco che la speranza assume la configurazione di una luce verso la quale tendere per rialzarsi ed andare avanti.

Quando la speranza diventa faticosa e controproducente? Ciò accade quando la speranza viene idealizzata e si trasforma in aspettativa. Avere un’aspettativa su di un risultato o su come andranno le cose genera, ahimè, quasi sempre frustrazione. Questo capita perché sia nella migliore sia nella peggiore delle ipotesi la realtà delle cose sarà profondamente diversa dall’aspettativa, proprio perché questa è ideale e perde possibilità di realtà.

Come sempre, gli eccessi, non conducono all’equilibrio ed al benessere, quindi è importante coltivare la propria speranza così da mantenere quella spinta di vita ad andare avanti, ma occhio a non idealizzarla e trasformarla in tante aspettative in questo o in quel contesto, infatti potrebbe diventare un’operazione piuttosto frustrante.

Pillole di Psicologia – Rimorso

Nel nostro viaggio nell’Universo delle emozioni, qualche giorno fa, abbiamo analizzato il perdono. In realtà questo è piuttosto legato al rimorso. Il perdono implica l’accettazione della situazione subita con il riposizionamento personale orientato all’andare avanti con la propria vita. Il rimorso invece è un po’ come se fosse un perdono a metà, quindi non completamente elaborato ed è auto diretto. Il rimorso implica la centratura della persona su di uno sguardo volto all’indietro nella propria vita, in cerca di una ideale comprensione di ciò che la persona ha sbagliato nel passato così da colpevolizzare la sua condizione nel presente.

Il rimorso è uno stato d’animo che deriva dalla consapevolezza di non aver seguito o rispettato un sistema di valori e come conseguenza genera quest’emozione che è strettamente connessa alla colpa.

Come ogni emozione anche il rimorso ha una funzione adattiva. In che modo? Beh, la persona che prova rimorso oppure un più articolato e conseguente senso di colpa sarà spinta a “correggere” la propria condotta così da rientrare nei binari morali propri del suo sistema valoriale. Il rimorso è quindi importante poiché genera una riflessione empatica sulle azioni che si sono messe in atto in un determinato contesto così da riallinearle con il proprio codice morale, in linea con un più ampio codice etico condiviso in quel momento storico dal contesto socio culturale di appartenenza.

La letteratura scientifica, nello specifico la branca degli studi di criminologia del celebre genio Cesare Lombroso, ci suggerisce che non tutte le persone siano in grado di provare rimorso o senso di colpa e parliamo in questi casi di disturbo antisociale di personalità o di una condizione di psicopatia: caratterizzata dalla freddezza emotiva e quindi dall’incapacità di sentire le emozioni dovuta anche a correlati neurali alterati.

Come sempre un’ eccessiva centratura sui propri vissuti emotivi, nello specifico sul rimorso conseguente ad una condotta specifica potrebbe risultare invalidante se non elaborato e tradotto in un comportamento che riposiziona la persona rispetto a quella situazione.

Pillole di Psicologia – Disgusto

Il disgusto è un’emozione primaria, infatti è molto importante perché ci permette di reagire di fronte ad uno stimolo sgradevole e potenzialmente nocivo.

Quest’emozione può trovare delle dimensioni espressive anche oltre al piano alimentare: mangio un cibo nocivo e, grazie al sapore disgustoso, lo sputo.

Queste configurazioni del disgusto, sul piano del nutrimento, hanno a che fare con il gusto: uno dei cinque sensi.

Ma il gusto può configurarsi anche slegato da una dimensione sensibile connessa al sapore: il gusto di vestire, il gusto estetico nella scelta di un partner, il gusto di un valore morale.

Vediamo come uno dei cinque sensi può tradursi in emozione: il disgusto rivolto verso una persona a causa di un comportamento brutale, il disgusto per una situazione ingiusta sul piano valoriale.

Quindi il disgusto come emozione adattiva per la sopravvivenza si traduce anche all’interno di un piano sociale: adesione o meno ad un comportamento, vicinanza o lontananza da una persona nociva (notate delle somiglianze con un alimento tossico?).

Le emozioni sono fondamentali nel riposizionare ognuno di noi nella propria vita: il disgusto ci permetterà di discriminare ciò che ci fa bene da ciò che non ci fa bene anche all’interno delle relazioni (relazione tossica?), del lavoro (il disgusto per una mansione), di un’esperienza (“l’idea di pattinare mi disgusta”), della moda.

L’obiettivo, per raggiungere il proprio benessere, sarà quello di aderire nel modo più autentico possibile a ciò che le nostre emozioni, nella pancia, ci comunicheranno.

Se scegliamo di ignorare le emozioni, il nostro disgusto per qualcosa, sarà nostra la responsabilità per una situazione spiacevole e dolorosa.

Pillole di Psicologia – Nostalgia

La nostalgia è un’emozione secondaria, un vero e proprio stato d’animo in alcune situazioni emotive introspettive.

La nostalgia, è simile alla tristezza, ma ci fa pensare a qualcosa che un tempo fu bello e felice e che oggi, ahimè, è venuto meno e non tornerà mai più: una relazione finita, un momento con la nonna, un viaggio da bambini con la compagnia di persone che poi si sono perse per sempre, un ricordo nitido della tua versione infantile al mare che faceva i castelli di sabbia con un padre che poi è mancato.

Difficile da accettare eh? Il vissuto emotivo è ambivalente, spazia da picchi di felicità malinconica a momenti di disperazione assoluta. L’equilibrio, come sempre, è nel mezzo.Ciò che quei ricordi suscitano in noi sono veri e propri scossoni elettrici nello stomaco uniti a tanti brividi che attraversano il corpo. A quel punto le reazioni sono due: chi fa un sorriso sospirante e torna alla sua vita e chi invece non riesce a uscire da quel vortice nostalgico.Vi sono degli studi (Routledge et al.) i cui dati indicano che la nostalgia sia una risorsa enorme poiché sostiene e alimenta un significato più ampio dell’esistenza di ognuno di noi. Sembra addirittura che la nostalgia sana sia un fattore protettivo verso ansia e depressione.

Occhio però a non caderne vittime, infatti come in tutte le cose, una certa quantità di nostalgia è utile e sana, ma se questa diventa il nostro presente ecco che il confine con la depressione melanconica è ad un passo e la nostalgia assumerà i tratti di una più dirompente melanconia che vedrà in ciò che è stato motivo di sofferenza oggi e lo sguardo della persona arriverà quindi ad essere orientato in modo depressivo all’indietro piuttosto che prospetticamente in avanti, perdendo quindi per strada la pulsione di vita.

Coltiva quindi la tua nostalgia domandola senza caderne vittima.

Pillole di Psicologia – Perdono

Il perdono è un tema delicato che mette in contatto la persona con delle fragilità personali importanti, tanto maggiori quanto sono gravi gli eventi che l’hanno fatta molto soffrire.

Perdonare permette di eliminare tutta quell’energia negativa investita altrimenti in processi come il rimuginio sulla sequenza degli eventi che hanno portato all’episodio doloroso, sulla responsabilità auto diretta o eterodiretta, sull’adeguatezza delle proprie e altrui scelte.

Un periodo iniziale, un primo momento per elaborare la rabbia e le emozioni connesse ad un episodio subito ed ingiusto, è utile ed importante. Ma con il passare del tempo è essenziale elaborare questi contenuti così da giungere al perdono e “liberarsi” riaprendosi al mondo. Il rischio infatti è quello, senza perdono, di rimanere ancorati all’episodio doloroso subito senza possibilità di evolvere e riprendere in mano la propria vita così da superare quel momento. Il rischio, senza la dimensione del perdono, è quello di rinunciare ad una possibile e futura felicità in nome di ciò che è stato e del passato.

Questa è, senza dubbio, un’operazione molto faticosa da attuare, specie se sommersi da tutti i vissuti emotivi che ci rendono meno lucidi ma è una quota di fatica che libera la persona che vivrà altrimenti intrappolata e prigioniera del passato.

Ritengo che mai come in circostanze ove è necessario perdonare sia utile un lavoro di analisi di sé e di elaborazione dei propri vissuti con uno Psicologo così da uscirne nel più breve tempo possibile e con delle risorse rinforzate che riportano l’essere umano su un piano di desiderio di vita e di nuovi progetti verso i quali tendere.

Il perdono implica una scelta, quella di liberarsi del passato subito per tornare a vivere. La scelta di non perdonare apre alla dimensione del rancore e al desiderio di rivalsa rispetto al torto subito ma tale piano sarà estremamente faticoso e il senso di ripristino di un piano valoriale di giustizia sarà solo illusorio e la perdita di potenza dell’essere sarà immensa: la persona resterà melanconicamente ancorata al passato senza riposizionarsi in una dimensione vitale di fame di vita e di futuro.

Attenzione perché a volte questa scelta controproducente diverrà una giustificazione per non lasciare andare il passato.

Pillole di Psicologia – Gioia

Ecco che siamo finalmente arrivati a quella che, socialmente, è l’unica emozione primaria positiva. Anche se nei post dei giorni scorsi ho voluto sottolineare quanto anche le emozioni, socialmente considerate negative, siano importanti ed essenziali per il nostro benessere psichico.

Come per l’arte, è tanto più facile dipingere un’opera mossi da emozioni dolorose che spinti da emozioni gioiose. Altrettanto è per me molto più semplice condividere con voi le emozioni faticose quanto è più complesso descrivere ciò che ci fa stare bene: la gioia.

Definirei la gioia come l’emozione verso la quale tutti noi vorremmo tendere. Occhio però a tradurre la gioia con delle parole realistiche, altrimenti rischiereste di non afferrarla mai! Ritengo quindi importante non idealizzarla.

La gioia è il motore della vita, è l’emozione che ci spinge ad aprirci al mondo, ad esplorarlo ed incontrarlo cercando di vivere tutte le sfumature meravigliose che offre. La gioia genera vita, movimento, esplorazione, amore e curiosità.

Quando proviamo gioia? Ogni volta che crediamo e sentiamo di aver realizzato uno scopo per noi essenziale come aver raggiunto il lavoro dei nostri sogni, avvertire di essere arrivati al successo, aver realizzato una progettualità affettiva o genitoriale, aver fatto un viaggio da sempre desiderato o amare una persona profondamente.

Ognuno ha la propria definizione di gioia e tenderà a muoversi nella sua storia così da afferrarla.

Il tema importante riguarda la possibilità di vivere la gioia, infatti è tanto faticoso afferrarla, con tutti i sacrifici che questa richiede, quanto è molto facile perderla per strada con scelte incoerenti con i propri progetti di vita.

La gioia non durerà mai in eterno ed è importante cogliere quest’aspetto così da abbassare la propria asticella del benessere e portarla sul piano dell’entusiasmo, che in qualche modo tradurrei come “la gioia del presente e di ciò che si sta facendo”. Viviamo l’entusiasmo dell’istante!