Pillole di Psicologia – Sorpresa

La sorpresa è un’emozione primitiva, basica, nucleare nell’inizio dell’esistenza.

La sorpresa negli occhi di un bambino che scopre il mondo e che vive un’esperienza per la prima volta.

La sorpresa di quando arriva Babbo Natale con il dono desiderato e quello stesso bambino spalancherà la bocca, sospirando e cogliendo per la prima volta quella scintilla nella pancia dove per l’intera vita sentirà le emozioni.

Quella sorpresa che si traduce in meraviglia, in curiosità di esplorare il mondo, in fame di vita.

La sorpresa, dicono dei saggi, è un’emozione che genera emozioni.

Io penso che dovremmo misurare e dare valore alla nostra quotidianità partendo dal senso di sorpresa che è presente nelle nostre giornate.

La sorpresa di risvegliarsi al mattino accanto alla persona che ami, la sorpresa di un nuovo viaggio e delle meraviglie della natura che riserva, la sorpresa di un traguardo sofferto che tanto desideravi, la sorpresa di scoprire i personaggi di un nuovo libro o di un film.

Che cos’è la vita? Una sorpresa, scoprire che dopo una nota possiamo trovarne un’altra dando forma alla nostra melodia in questa o in quella esperienza.

Questo dono va svelato un poco alla volta, senza eccessiva fretta, senza consumarlo troppo velocemente ma nemmeno senza consumarlo proprio.

Sentite lo spettro delle emozioni complementari? Sentite che di fatto è un bilanciamento, come in una ricetta, troppo o troppo poco. Inazione o eccitazione.

La sorpresa invece non basta mai! Cerca di condire le tue giornate inserendo sempre un pizzico di quest’emozione così sana e così famelica di vita.

Occhio! Quest’emozione brucia in fretta o si spegne se non alimentata. Dalle nutrimento, dalle possibilità d’essere.

Crea un contesto di vita che ti permetta di sorprenderti e quando è tanto che non senti quest’emozione chiediti perché e cosa puoi fare per afferrarla.

Lei è sfuggente.

Pillole di Psicologia – Gestione dei figli a casa durante le misure contenitive per COVID-19

La chiusura forzata delle scuole a causa dell’emergenza sanitaria che il nostro paese sta vivendo ha inevitabilmente rotto gli equilibri di molte famiglie, soprattutto laddove sono presenti dei figli minorenni. Queste difficoltà sono state tanto maggiori quanto minore l’età dei propri figli.Chi si prende cura di tutti questi studenti a casa?

Ecco che alcune coppie genitoriali, con la fortuna di avere dei nonni autonomi, hanno trovato in essi una risorsa molto preziosa nell’accudimento dei figli ma altri genitori hanno dovuto fare i conti con il salasso economico delle baby sitter full time.

Per questo motivo spero che il governo renda esecutive celermente delle misure di sostegno economico con ammortizzatori sociali specifici che possano supportare questa complessa situazione, senza precedenti, perlomeno con il ritmo di vita di questo specifico momento storico.

Per quei genitori che invece, grazie allo smart working, sono riusciti ad integrare responsabilità genitoriale e lavorativa ecco qualche strategia di gestione dei propri figli (da adattare contestualmente all’età e alla situazione di ognuno): 

  • La presenza del genitore deve essere rassicurante e non caratterizzata da ansia o allarme.
  • I bambini più piccoli vivono l’esperienza di restare a casa come una vacanza o un tempo per giocare: non esponeteli a informazioni televisive o digitali fuori portata.
  • Dagli otto anni in su, con una capacità cognitiva più sviluppata, possiamo dare qualche informazione in più ai bimbi rispetto ad una malattia da evitare, senza esagerare.
  • Rispettate gli orari e le routine principali se possibile (sveglia mattutina, momento del pasto, andare a dormire) così da non perdere il ritmo quotidiano e facilitare il futuro rientro scolastico.
  • Cercate di coinvolgere i vostri figli nella programmazione e pianificazione del tempo a casa e dei momenti condivisi.
  • Evitate che il cibo possa diventare un modo per riempire i tempi morti o l’esperienza della noia.
  • Spronate e affiancate la didattica online anche alternandola al gioco (vedi il post sugli insegnanti): molti insegnanti stanno lavorando duramente per condividere online materiale didattico.
  • Se qualche nucleo si trovasse invece in una situazione di quarantena volontaria o confinato nella zona rossa ecco che diventa essenziale la gestione del tempo così da renderlo utile facendo tutto quello che nella normale e frenica routine si tende a procrastinare, ma soprattutto può essere vista come una risorsa per dedicarsi alle vostra relazioni, quella col partner, con vostro figlio, con dei cari amici.

La situazione è indubbiamente connotata da uno stato di emergenza ma il nostro assetto mentale, come sempre, può trovare la risorsa nel caos e utilizzare ciò che si ha per trovare un equilibrio.

Pillole di Psicologia – La paura del giudizio

A chi non è capitato almeno una volta nella vita di temere il giudizio di un’altra persona, sia essa un genitore, un amico, un partner, un collega o qualcun altro?

La pressione del giudizio degli altri può arrivare ad essere davvero intensa e farci sentire schiacciati e in gabbia quasi come fossimo incapaci di reagire.

Se ci pensiamo un attimo, la nostra Società, fin da quando ognuno di noi era bambino ci ha educato ed abituato ad essere valutati con l’obiettivo di raggiungere un grado di sufficienza sia specifico (ad esempio in una disciplina scolastica) sia generalizzato (in termini di adeguatezza o inadeguatezza).

Ma possiamo dare la colpa unicamente al sistema educativo?

Certo che no, infatti oltre a quel tipo di dinamiche, dobbiamo ricordarci anche di tutte le volte che ci siamo sentiti adeguati o meno di fronte alla mamma o al papà (chi ha avuto la fortuna di averli entrambi) ed inoltre dobbiamo fare i conti con la capacità che abbiamo avuto nel nostro passato di instaurare relazioni affettive soddisfacenti che ci hanno fatto sentire più o meno adeguati.

Ecco che l’insieme di tutti questi fattori ha contribuito al grado di sicurezza o insicurezza che oggi ci appartiene (che ci piaccia o no). Di fatto, alla base della paura del giudizio degli altri troviamo un’altra paura, più profonda: quella del rifiuto e della solitudine.

Guidati da questa potente paura può capitare che possiamo essere più o meno autentici per assecondare l’altro ed evitare quindi l’esposizione ad un conflitto altrimenti spaventoso poiché potrebbe portare alla chiusura di quello specifico rapporto e portare quindi alla solitudine.

Ecco che molti di noi (oserei dire tutti con livelli di gravità diversi), indossano delle maschere, un esempio riguarda la costruzione dell’identità digitale che va a tendere all’ideale del falso sé allontanandosi in realtà dall’essenza identitaria di ognuno.

Come posso vincere la paura del giudizio degli altri?

Gli esercizi che suggerisco, ben consapevole che non costituiranno una soluzione ma un tampone, riguardano l’allenamento della propria spontaneità, rendere più flessibili i valori che utilizziamo per sentirci adeguati, differenziare tra una critica manipolatoria e una costruttiva che può farci invece crescere.

Qualora il senso di dolore della condizione di esposizione al giudizio fosse ingestibile ecco che un percorso di psicoterapia diventa un’arma molto efficace.

Pillole di Psicologia – La relazione terapeutica e la paura di crescere

All’inizio di un percorso di psicoterapia una delle più grandi difficoltà e’ costituita dalla creazione di un rapporto di fiducia tra paziente e terapeuta e, prima di questo, dall’intensità della motivazione a richiedere l’aiuto di un professionista che non si conosce.

Inizialmente paziente e terapeuta sono due sconosciuti. Questo può rappresentare uno scoglio e spesso il paziente si domanda “perché dovrei raccontare la mia vita, le mie fatiche e i miei dolori a questo sconosciuto?”

Questo tema e’ un ostacolo iniziale e, già dopo pochi incontri, si entrerà in un clima connotato emotivamente da una tonalità delle emozioni più calda e confidente, pur nel rispetto della dovuta distanza professionale.

Ecco come l’iniziale ostacolo diverrà poco a poco un punto di forza e quindi quella distanza dal mondo del paziente  permetterà al terapeuta di compiere un’analisi più pulita del racconto della persona e al paziente di aprirsi con maggior spontaneità e naturalezza in un ambiente strutturato da un setting ad hoc e privo di qualunque forma di giudizio all’interno di uno spazio condiviso incontaminato.

Inoltre tutto ciò che paziente e terapeuta condivideranno sarà protetto dal segreto professionale.

Questo clima di “relazione o alleanza terapeutica” favorirà  la buona riuscita del percorso di psicoterapia. Quest’alleanza tra paziente e terapeuta altro non e’ che la condivisione reciproca della fiducia e di alcune regole di rispetto del setting e di buona educazione (impegnarsi in una reciproca puntualità, dare i giusti preavvisi in caso di spostamento della seduta, non sconfinare dal lavoro terapeutico).

Spesso, soprattutto all’inizio di un percorso terapeutico, capita che il paziente abbia l’erronea tendenza a considerare la figura del terapeuta come onnipotente e magica nel sostituirsi a lui nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi, ma ovviamente non e’ così.

In altre situazioni il paziente ricerca nel terapeuta la conferma di appartenere ad una specifica etichetta diagnostica come se questa potesse descriverlo e coglierlo al meglio.

Nella realtà dei fatti e’ fondamentale che il paziente comprenda che la buona riuscita di una psicoterapia implica la sua partecipazione attiva in un clima di fiducia e collaborazione con il  terapeuta.

Uno dei blocchi più frequenti che le persone incontrano nella formulazione di una richiesta d’aiuto e di supporto emotivo e’ rappresentato proprio dal terrore di affrontare la propria autenticità e aprirsi al cambiamento.

Mi capita, alcune volte, che una persona fissi un primo incontro via web o via telefono e, pochi minuti prima dell’ora stabilita, essa scompaia nel nulla. 

Questo capita poiché ognuno ha i suoi tempi nella formulazione di una domanda d’aiuto e si sperimenta un certo grado di paura  quando si coglie che si sta per lavorare su temi faticosi e che spesso sono stati storicamente messi da parte. E’ quindi importante cercare di ascoltarsi e rispettare i propri tempi così da chiedere aiuto quando è maturata sufficientemente la necessità di supporto e la voglia di fare un lavoro attivo e responsabilizzante su di sé.

In certi casi la persona, mossa dalla paura, tenderà alla fuga, alcune volte senza mai essere arrivato nello studio del professionista.

Ecco che per la riuscita di una buona psicoterapia e’ fondamentale formulare una richiesta d’aiuto autentica e toccare con mano almeno il primo colloquio, con la consapevolezza che il desiderio di fuga si traduce in un’intensa paura di scoprirsi e cambiare. Ma la piacevole sorpresa prende forma nel coraggio di affrontare quel pezzetto di dolore, che in natura ha una funzione adattiva, per crescere e riposizionarsi afferrando se stessi e un maggior grado di benessere e felicità.

Pillole di Psicologia – La dimensione della responsabilità e la psicoterapia

Per definire il termine responsabilità sotto intendiamo l’accettazione di ogni conseguenza derivante da un comportamento o da un’azione che abbiamo commesso e che provoca delle conseguenze positive o negative nella propria dimensione esistenziale.

L’essere umano, nella sua vita, si assume un pezzetto di responsabilità ogni volta che compie una scelta riposizionandosi rispetto a degli obiettivi personali da perseguire (ad esempio sarà difficile che Franco tratti male Erica se egli è intenzionato ad invitarla per cena e se questo dovesse accadere ci interrogheremmo sul perché Franco abbia deciso di auto sabotarsi).

Eppure capita molte volte nella vita di una persona, che, nonostante vi sia un’apparente chiarezza circa la direzione da prendere in un’area di vita, ad esempio nella sfera affettiva, l’individuo attui un comportamento incoerente volto a sabotare il conseguimento di un obiettivo o che quella stessa persona trasformi il proprio racconto di sé a sé stessa e agli altri pur di non affrontare una situazione altrimenti faticosa.

La persona spesso non afferra, nel racconto di sé, questo modo di agire deresponsabilizzato vuoi per paura, vuoi per abitudine. Ad esempio Piero, che si lamenta di non trovare mai lavoro non ricorda, posto di fronte alla domanda circa il suo ultimo invio di CV, quando avesse risposto ad un annuncio lavorativo l’ultima volta. In questo esempio un racconto di sé responsabilizzato ci porta alla traduzione del fenomeno del tipo “Piero non trova lavoro perché non lo cerca” e un racconto di sé deresponsabilizzato ci porta ad una traduzione del medesimo fenomeno del tipo “Piero non trova lavoro perché c’è la crisi”.

Dove voglio arrivare?

Spesso le persone, pur di non fare quel passo faticoso per aprirsi al cambiamento, che genera paura, si raccontano l’esperienza in modo così poco autentico e lontano da sé e da ciò che si prova davvero a livello emotivo, che può generarsi sofferenza psichica anche intensa.

In questi casi l’obiettivo di una buona psicoterapia è quello di condurre la persona ad afferrare un senso più autentico di sé e assume la forma di un percorso di responsabilizzazione.

Il dialogo tra responsabilità e psicoterapia è un continuum inscindibile, infatti essere consapevoli della propria responsabilità nella quotidianità significa spesso essere consapevoli di sé e considerarsi come parte attiva nella costruzione della propria vita e non come parte lesa che subisce passivamente la vita in modo deresponsabilizzato.

Per la persona che non accetta le sue responsabilità e che getta la colpa e l’origine dei propri mali sempre e solo sugli altri o sul contesto esterno è difficile pensare ad una terapia con risultati ottimali, infatti crescere e trasformarsi presuppone la voglia di mettersi in discussione.

L’apertura al cambiamento di sé passa inevitabilmente dalla posizione nella quale l’individuo si fa autore della propria esistenza.

Se la persona riesce a fare questo passetto preliminare, ecco che la potenza di una psicoterapia sprigiona la sua massima efficacia e può contribuire ad aiutare l’essere umano a compiere quelle svolte esistenziali tanto desiderate e mai afferrate. Si abbandonerà così la dimensione del lamento che genera dolore e chiusura di possibilità di vita e si avrà accesso alla dimensione della crescita che genera autenticità, benessere e vita.

Pillole di Psicologia – Quelli della salute mentale: che confusione!

Psicologo: è una persona che ha conseguito una laurea in Psicologia e che si è abilitato con il passaggio dell’Esame di Stato e con l’iscrizione all’Albo professionale. Come recita l’articolo 3 del codice deontologico degli psicologi: “lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace”.

Egli non può prescrivere farmaci poiché non è un medico.

Psicoterapeuta: può essere sia uno psicologo sia un medico a seconda del tipo di laurea conseguita. Dopo la laurea in Psicologia o in Medicina ha dovuto frequentare e conseguire il diploma in una scuola di specializzazione in Psicoterapia. E’ un professionista che può intervenire nella cura di quelle manifestazioni psicologiche, emotive, comportamentali molto intense e che possono comportare una sintomatologia clinica significativa.

Lo psicoterapeuta non può somministrare farmaci (eccezion fatta per chi ha alle spalle un percorso di laurea in Medicina, ma anche in tal caso, sarebbe opportuno diversificare l’approccio farmacologico da quello psicoterapico).

I modelli teorici di riferimento della psicoterapia sono davvero moltissimi. Tra i più conosciuti troviamo l’orientamento psicanalitico, cognitivo, cognitivo comportamentale, costruttivista.

Psichiatra: è un laureato in Medicina con specializzazione in Psichiatria. Non è uno psicologo (salvo il conseguimento di una doppia laurea) e può somministrare farmaci.

Lo psichiatra può essere anche psicoterapeuta se segue la relativa scuola di specializzazione.

Anche se è molto difficile generalizzare, la differenza sostanziale tra Psicologo e Psichiatra, oltre alla gravità ed intensità delle manifestazioni cliniche trattate, riguarda un intervento, quello dello Psichiatra, orientato maggiormente in una direzione organica farmacologica. E’ però fondamentale cogliere che l’approccio delle figure della salute mentale, nella Società di oggi, è integrato in un modello bio psico sociale con l’obiettivo quindi di essere interdisciplinare e ponderare ciò che è bio (nature) e ciò che è ambiente (norture).

Neurologo: medico specializzato in Neurologia. Egli si occupa delle malattie organiche del sistema nervoso.

Counseling e coaching: condividono un denominatore comune e cioè quello di sostenere e sviluppare il processo di auto realizzazione dell’individuo attraverso l’instaurarsi di un rapporto tra professionista e cliente in base agli obiettivi che si vogliono raggiungere.

La figura del counsellor o consulente, che offre servizi di coaching di vario genere, in Italia, non è normata da un Albo professionale.

Seppur counseling e coaching siano valide metodologie di supporto alla persona vi sono state molte controversie a causa della sovrapposizione con i servizi offerti dallo Psicologo (figura normata dal relativo Ordine professionale).

L’attuale delibera del CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi), emanata nel 2018 dopo lunghi scontri legali, afferma che quei servizi legati al counseling e al coaching sono riconosciuti fra le tecniche della professione di Psicologo e non possono essere professioni esercitate da chi non è regolarmente iscritto all’Ordine degli Psicologi.

Il CNOP ha inoltre deliberato che offrire servizi di counseling senza essere iscritti all’Albo degli Psicologi è un abuso della professione.

Pillole di Psicologia – Ansia

Per ansia intendiamo quei comportamenti che provocano eccessiva preoccupazione o paura che non sono controllabili dal soggetto che li vive.

Il minimo comune multiplo sotteso al vissuto emotivo tendente all’ansia è un elevato “arousal” (attivazione) caratterizzato da sentimenti di allarme e iper vigilanza.

A livello evolutivo l’ansia ha sempre avuto un valore adattivo con l’obiettivo di provocare allerta e reazioni di fuga nell’essere umano che la sperimentava.

Possiamo definire quindi l’attivazione ansiosa come una risposta dell’organismo molto antica che si è trasformata nel corso del tempo.

I nostri antenati potevano trovarsi esposti a situazioni particolarmente pericolose: andare a caccia poteva portare all’incontro con un animale feroce e l’attivazione ansiosa aveva, biologicamente, in quel momento della storia, lo scopo di leggere la situazione di pericolo e riorganizzare tale significato reagendo per sopravvivere.

Il comportamento ansioso e, più in generale, l’organizzazione del cervello è ancora, chimicamente e biologicamente, ancorata a modi molto antichi di funzionamento.

L’uomo antico era abituato a ricevere un feedback (risposta) conseguente alla propria azione nell’immediato (es. “ho fame” -> “vado a caccia” -> “mangio”). Il cervello si è quindi organizzato in modo strutturale seguendo questo modus operandi comportamentale a livello evolutivo (il sistema di ricompensa).

Cosa è cambiato oggi? La società è evoluta e con essa anche il modo di vivere d’ansia.

Oggi l’ansia si configura in un momento di crisi personale, lavorativa, affettiva e quindi nell’iper attivazione emotiva quando siamo posti di fronte  ad un ostacolo o una situazione apparentemente insormontabili o non rispecchiando aspettative particolarmente elevate di altre persone su noi stessi o nostre a noi stessi.

In psicoterapia il lavoro non ha tanto a che fare con la ricerca della “soluzione del problema”. Questa porterebbe spesso ad ulteriore immobilità poiché l’essere umano che vive quella situazione difficile passa già, probabilmente, tutte le sue giornate a ricercarne una.

L’obiettivo, nel corso di un percorso di psicoterapia, è quello di porsi la domanda giusta: “che cosa posso fare per stare meglio? Come posso muovermi nella mia vita per trovare un equilibrio anche calcolando quella difficile situazione spaventante e angosciante che mi provoca ansia?”.

Ecco come il focus dell’attenzione slitta dalla “ricerca della soluzione” alla responsabilità personale che l’essere umano ha in questa o in quell’esperienza rispetto al modo di porsi di fronte ad una possibilità orientata progettualmente.

L’obiettivo è quindi quello di trasformare il proprio modo di essere, crescendo, trovando quei significati nella propria vita che ci danno un rimando di stabilità personale portandoci a vivere e fare esperienza nella quotidianità in modo più autentico con il nostro vissuto emotivo.

La società ultra moderna del nostro tempo presenta spesso un’organizzazione di feedback e rimandi in antitesi con quel modo antico di essere che descrivevo in precedenza. Spesso l’uomo ultra moderno compie un’azione o uno sforzo senza ricevere un feedback nell’immediato (es. “mando un cv oggi per trovare lavoro domani”). Si crea quindi una frattura tra quel modo biologico antico, proprio di alcune strutture neurali arcaiche, che ricerca invece una gratificazione nell’immediato. Quest’incongruenza può portare a sperimentare ansia o  immobilità (depressione).

Oggi l’attivazione ansiosa diventa clinicamente significativa quanto invalidante e si possono sperimentare sintomi quali: irrequietezza o tensione psichica costante, sensazione di fatica cronica, difficoltà nella concentrazione e nella memorizzazione, nervosismo, irritabilità, tensione muscolare locale o generalizzata, alterazioni del sonno, rimuginio e incapacità di controllare la preoccupazione. Altri disturbi d’ansia riguardano gli attacchi di panico e le fobie che presentano una sintomatologia più viscerale configurata in: palpitazioni e tachicardia, perdita di controllo e paura di impazzire, dispnea e senso di soffocamento, nausea e vertigini, sudorazione, paura di morire, derealizzazione o depersonalizzazione (percezione del mondo che rimanda ad un senso di estraneità), brividi o vampate di calore, tremori, dolore o fastidio al petto.

Possiamo trovare l’ansia anche in alcune manifestazioni ossessive in quel senso esistenziale di insicurezza tipico di chi si ritrova in questo modo di soffrire.

La psicoterapia è quindi un percorso di crescita personale che può portare ad una vera e propria trasformazione di sé: un lavoro che richiede motivazione e responsabilità attiva nell’analisi di sé che potrà condurre ad un equilibrio personale maggiore e caratterizzato da maggior benessere psicologico.

L’essere umano ha la tendenza a “raccontarsela” e accettare situazioni profondamente infelici e disfunzionali pur di non affrontare la paura di aprirsi al cambiamento. La psicoterapia serve anche per cogliere questo “prendersi in giro” quotidiano e fare ordine, chiarezza nel proprio sentire emotivo dando un nome alle emozioni e riposizionandosi nella propria storia personale in modo più coerente con la propria identità.