Pillole di Psicologia – Disgusto

Il disgusto è un’emozione primaria, infatti è molto importante perché ci permette di reagire di fronte ad uno stimolo sgradevole e potenzialmente nocivo.

Quest’emozione può trovare delle dimensioni espressive anche oltre al piano alimentare: mangio un cibo nocivo e, grazie al sapore disgustoso, lo sputo.

Queste configurazioni del disgusto, sul piano del nutrimento, hanno a che fare con il gusto: uno dei cinque sensi.

Ma il gusto può configurarsi anche slegato da una dimensione sensibile connessa al sapore: il gusto di vestire, il gusto estetico nella scelta di un partner, il gusto di un valore morale.

Vediamo come uno dei cinque sensi può tradursi in emozione: il disgusto rivolto verso una persona a causa di un comportamento brutale, il disgusto per una situazione ingiusta sul piano valoriale.

Quindi il disgusto come emozione adattiva per la sopravvivenza si traduce anche all’interno di un piano sociale: adesione o meno ad un comportamento, vicinanza o lontananza da una persona nociva (notate delle somiglianze con un alimento tossico?).

Le emozioni sono fondamentali nel riposizionare ognuno di noi nella propria vita: il disgusto ci permetterà di discriminare ciò che ci fa bene da ciò che non ci fa bene anche all’interno delle relazioni (relazione tossica?), del lavoro (il disgusto per una mansione), di un’esperienza (“l’idea di pattinare mi disgusta”), della moda.

L’obiettivo, per raggiungere il proprio benessere, sarà quello di aderire nel modo più autentico possibile a ciò che le nostre emozioni, nella pancia, ci comunicheranno.

Se scegliamo di ignorare le emozioni, il nostro disgusto per qualcosa, sarà nostra la responsabilità per una situazione spiacevole e dolorosa.

Pillole di Psicologia – Nostalgia

La nostalgia è un’emozione secondaria, un vero e proprio stato d’animo in alcune situazioni emotive introspettive.

La nostalgia, è simile alla tristezza, ma ci fa pensare a qualcosa che un tempo fu bello e felice e che oggi, ahimè, è venuto meno e non tornerà mai più: una relazione finita, un momento con la nonna, un viaggio da bambini con la compagnia di persone che poi si sono perse per sempre, un ricordo nitido della tua versione infantile al mare che faceva i castelli di sabbia con un padre che poi è mancato.

Difficile da accettare eh? Il vissuto emotivo è ambivalente, spazia da picchi di felicità malinconica a momenti di disperazione assoluta. L’equilibrio, come sempre, è nel mezzo.Ciò che quei ricordi suscitano in noi sono veri e propri scossoni elettrici nello stomaco uniti a tanti brividi che attraversano il corpo. A quel punto le reazioni sono due: chi fa un sorriso sospirante e torna alla sua vita e chi invece non riesce a uscire da quel vortice nostalgico.Vi sono degli studi (Routledge et al.) i cui dati indicano che la nostalgia sia una risorsa enorme poiché sostiene e alimenta un significato più ampio dell’esistenza di ognuno di noi. Sembra addirittura che la nostalgia sana sia un fattore protettivo verso ansia e depressione.

Occhio però a non caderne vittime, infatti come in tutte le cose, una certa quantità di nostalgia è utile e sana, ma se questa diventa il nostro presente ecco che il confine con la depressione melanconica è ad un passo e la nostalgia assumerà i tratti di una più dirompente melanconia che vedrà in ciò che è stato motivo di sofferenza oggi e lo sguardo della persona arriverà quindi ad essere orientato in modo depressivo all’indietro piuttosto che prospetticamente in avanti, perdendo quindi per strada la pulsione di vita.

Coltiva quindi la tua nostalgia domandola senza caderne vittima.

Pillole di Psicologia – Perdono

Il perdono è un tema delicato che mette in contatto la persona con delle fragilità personali importanti, tanto maggiori quanto sono gravi gli eventi che l’hanno fatta molto soffrire.

Perdonare permette di eliminare tutta quell’energia negativa investita altrimenti in processi come il rimuginio sulla sequenza degli eventi che hanno portato all’episodio doloroso, sulla responsabilità auto diretta o eterodiretta, sull’adeguatezza delle proprie e altrui scelte.

Un periodo iniziale, un primo momento per elaborare la rabbia e le emozioni connesse ad un episodio subito ed ingiusto, è utile ed importante. Ma con il passare del tempo è essenziale elaborare questi contenuti così da giungere al perdono e “liberarsi” riaprendosi al mondo. Il rischio infatti è quello, senza perdono, di rimanere ancorati all’episodio doloroso subito senza possibilità di evolvere e riprendere in mano la propria vita così da superare quel momento. Il rischio, senza la dimensione del perdono, è quello di rinunciare ad una possibile e futura felicità in nome di ciò che è stato e del passato.

Questa è, senza dubbio, un’operazione molto faticosa da attuare, specie se sommersi da tutti i vissuti emotivi che ci rendono meno lucidi ma è una quota di fatica che libera la persona che vivrà altrimenti intrappolata e prigioniera del passato.

Ritengo che mai come in circostanze ove è necessario perdonare sia utile un lavoro di analisi di sé e di elaborazione dei propri vissuti con uno Psicologo così da uscirne nel più breve tempo possibile e con delle risorse rinforzate che riportano l’essere umano su un piano di desiderio di vita e di nuovi progetti verso i quali tendere.

Il perdono implica una scelta, quella di liberarsi del passato subito per tornare a vivere. La scelta di non perdonare apre alla dimensione del rancore e al desiderio di rivalsa rispetto al torto subito ma tale piano sarà estremamente faticoso e il senso di ripristino di un piano valoriale di giustizia sarà solo illusorio e la perdita di potenza dell’essere sarà immensa: la persona resterà melanconicamente ancorata al passato senza riposizionarsi in una dimensione vitale di fame di vita e di futuro.

Attenzione perché a volte questa scelta controproducente diverrà una giustificazione per non lasciare andare il passato.

Pillole di Psicologia – Gioia

Ecco che siamo finalmente arrivati a quella che, socialmente, è l’unica emozione primaria positiva. Anche se nei post dei giorni scorsi ho voluto sottolineare quanto anche le emozioni, socialmente considerate negative, siano importanti ed essenziali per il nostro benessere psichico.

Come per l’arte, è tanto più facile dipingere un’opera mossi da emozioni dolorose che spinti da emozioni gioiose. Altrettanto è per me molto più semplice condividere con voi le emozioni faticose quanto è più complesso descrivere ciò che ci fa stare bene: la gioia.

Definirei la gioia come l’emozione verso la quale tutti noi vorremmo tendere. Occhio però a tradurre la gioia con delle parole realistiche, altrimenti rischiereste di non afferrarla mai! Ritengo quindi importante non idealizzarla.

La gioia è il motore della vita, è l’emozione che ci spinge ad aprirci al mondo, ad esplorarlo ed incontrarlo cercando di vivere tutte le sfumature meravigliose che offre. La gioia genera vita, movimento, esplorazione, amore e curiosità.

Quando proviamo gioia? Ogni volta che crediamo e sentiamo di aver realizzato uno scopo per noi essenziale come aver raggiunto il lavoro dei nostri sogni, avvertire di essere arrivati al successo, aver realizzato una progettualità affettiva o genitoriale, aver fatto un viaggio da sempre desiderato o amare una persona profondamente.

Ognuno ha la propria definizione di gioia e tenderà a muoversi nella sua storia così da afferrarla.

Il tema importante riguarda la possibilità di vivere la gioia, infatti è tanto faticoso afferrarla, con tutti i sacrifici che questa richiede, quanto è molto facile perderla per strada con scelte incoerenti con i propri progetti di vita.

La gioia non durerà mai in eterno ed è importante cogliere quest’aspetto così da abbassare la propria asticella del benessere e portarla sul piano dell’entusiasmo, che in qualche modo tradurrei come “la gioia del presente e di ciò che si sta facendo”. Viviamo l’entusiasmo dell’istante!

Pillole di Psicologia – Vergogna

Per proseguire il nostro viaggio nell’universo delle emozioni incontreremo oggi la Vergogna.

Quest’emozione è molto importante perché, senza una capacità di gestione adeguata, può inficiare significativamente la vita personale e professionale della persona.

La vergogna infatti è anche strettamente legata all’autostima e quindi, ad una bassa autostima corrisponderà un maggiore senso di vergogna generalizzato poiché la persona si sentirà costantemente inadeguata nel contesto di riferimento.

La vergogna è un’emozione sociale sperimentata quando si teme di fallire in una situazione o quando si crede di non aver rispettato degli standard di comportamento o prestazione che la persona si è posta da sola e che, per bias cognitivo (errore di giudizio), rappresentano l’asticella verso la quale tendere per mantenere un senso di adeguatezza nel rapporto con se stessi. Sotto quell’asticella la persona si sentirà inadeguata e proverà vergogna e sopra quell’asticella la persona si sentirà stabile. Spesso, in situazioni di sofferenza psicologica, l’asticella dell’aspettativa alla quale aderire è molto elevata e quindi parleremo di falso sé o ideale del sé, di fatto irraggiungibile e quindi la persona vivrà in un continuo stato di inadeguatezza e vergogna.

La vergogna è un’emozione secondaria, sviluppata con la crescita e l’esposizione sociale della persona, ed infatti è intimamente connessa con la competenza sociale: all’autovalutazione di sé rispetto ad uno standard desiderato a livello sociale.

Spesso la reazione della persona all’emozione vergogna è la rabbia e l’isolamento. Tale emozione compare dopo il secondo anno di vita e ha a che fare con l’immagine di sé e l’auto consapevolezza. Un ruolo importante in questa emozione è giocato dai genitori, dagli insegnanti e dal gruppo dei pari che in tenera età contribuiscono alla costruzione di un’autostima strutturata e definita in grado di integrare nello spettro emotivo anche la vergogna. Sembra esserci una correlazione tra bassa autostima, vergogna marcata e umiliazioni subite nel contesto domestico o dal gruppo dei pari (bullismo).

Ogni individuo ha una teoria relativa ad un sé ideale e per imparare a gestire la vergogna ed integrarla con il proprio sé è importante abbassare l’asticella dell’aspettativa sociale immaginaria. Un lavoro di analisi di sé con un professionista Psicologo può significativamente aiutare la persona a rafforzare la sua autostima e integrare la vergogna come parte della vita sociale di una persona.

Ho evidenziato alcune criticità significative della vergogna e teniamo presente che vi sono sfumature molto sottili nella quotidianità di ognuno di noi che sono però molto gestibili (ad esempio la vergogna provata per una gaffe con un collega al lavoro).

Pillole di Psicologia – Rabbia

La rabbia è un’emozione adattiva che tutti gli esseri umani vivono. Questa può essere espressa o può essere soffocata divenendo quindi rabbia repressa.

I modi di vivere ed esprimere la rabbia sono simili sia nei bambini sia negli adulti e ciò che cambia riguarda più che altro gli strumenti a disposizione per gestirla ed esprimerla che, per ovvi motivi, negli adulti sono molto più complessi e articolati che nei piccini.

Guardando i bambini possiamo vedere che tra le manifestazioni rabbiose più comuni troviamo il lancio di oggetti, le urla e il pianto. Questi contenuti evolvono quando l’emozione incontra il linguaggio e quindi può trovare un canale di sfogo anche attraverso le parole.

La rabbia ha delle sfumature diverse tra le quali momenti di picco emotivo massimo (collera) oppure picchi emotivi minimi (fastidio, irritazione). Nonostante questi diversi gradi di intensità è importante sfogare la rabbia nel modo più funzionale possibile così che non distrugga la persona che la prova e le persone che le stanno vicino.

Spesso la rabbia sorge nel momento in cui la persona vive un’ingiustizia o subisce il comportamento di qualcun altro senza condividerlo, oppure nel momento in cui qualcuno la pensa in modo molto diverso da noi.

In età adulta la rabbia si esprimere fisicamente, fortunatamente, solo in pochi casi e utilizza il canale verbale la maggior parte delle volte (parolacce, urla, grida, volume della voce elevato). Anche il corpo segue di pari passo l’andamento emotivo della rabbia assumendo una maggiore tensione fisica e una postura orientata all’attacco e all’aggressione. Il battito cardiaco e la respirazione aumentano, durante picchi di rabbia intensa, e siamo, a tutti gli effetti, pronti alla difesa, all’attacco o alla fuga.

Per come è evoluta la nostra specie e nella nostra società ultra moderna è importantissimo esprimere la rabbia, senza reprimerla, ma è altresì importante non dirigerla fisicamente e verbalmente verso qualcuno con aggressività. Come fare? Beh, intanto permettiamoci di riconoscere questa emozione e di comunicarcelo. Poi è possibile ritagliarsi un momento per se stessi nel quale ci allontaniamo dalla persona o dalle persone coinvolte nel conflitto così da permettere alla rabbia di estinguersi a livello fisiologico.

Successivamente potremo utilizzare un canale comunicativo linguistico che, sbollito il picco alto di rabbia, ci permetterà di condividere le nostre ragioni con chi di dovere e provare a trovare un punto di mediazione così da riappacificarci.

Occhio! Non sempre sarà possibile trovare un accordo, infatti spesso le relazioni possono finire e le persone possono allontanarsi se non trovano un compromesso.

Pillole di Psicologia – Paura

Un’altra emozione fondamentale e con valore adattivo è la paura. Quest’emozione mette in guardia l’uomo da un possibile pericolo così che questi possa affrontarlo o scappare come reazione. Inoltre anche fisiologicamente il corpo assume una posizione più vigile e attenta grazie all’aumento del battito cardiaco, della respirazione, del rilascio di adrenalina, ossitocina (amore e paura) e cortisolo (stress).

Oggi il problema connesso ai vissuti della paura riguarda quando questi si manifestano in modo apparentemente decontestualizzato, esagerato o senza un logico motivo: ad esempio quello che accade nelle fobie.

Ecco che in questi casi la paura non è più una risorsa adattiva amica ma diviene a tutti gli effetti disfunzionale ed un vero e proprio ostacolo per le nostre possibilità di vita nel mondo inficiando ogni area della nostra vita dalle relazioni al lavoro.

Oltre alla fuga/attacco esistono altre modalità connesse alla paura in natura: il freezing (immobilità fisica mentre si pensa ad una strategia per salvarsi dal pericolo) e il faint (fingere la morte). Nel mondo di oggi i corrispettivi di queste due modalità possiamo trovarli nei vissuti di eventi traumatici (abusi, violenza, guerre).

La paura è solitamente correlata ad un pericolo reale e differisce dall’ansia per il fatto che quest’ultima è invece legata a delle previsioni negative su eventi importanti o vissuti come pericolosi (ad esempio sostenere un’esame in Università).

La paura diventa fobia quando c’è un timore esagerato per un evento che in realtà non rappresenta un vero pericolo: ad esempio la melissofobia o paura delle api non rappresenta un pericolo reale se non sei allergico e se c’è una singola ape, ma certamente il discorso cambia se tu sei un soggetto allergico e se magari finisci dentro un alveare! La discriminante tra paura e fobia è proprio in questo: l’evitamento di ciò che spaventa fino a limitare la propria vita senza che vi sia un reale pericolo.

Le fobie e le paure sproporzionate e immotivate sono moltissime e per superarle è importante parlarne con lo Psicologo, soprattutto perché, in alcuni casi, nascondono correlazioni con eventi traumatici passati e in altre situazioni si sostituiscono ad angosce altre con radici ben più profonde.

Non dimentichiamoci però che una certa dose di paura nella vita di tutti i giorni è sana e potremo accettarla così da renderla una risorsa amica.

Pillole di Psicologia – Sorpresa

La sorpresa è un’emozione primitiva, basica, nucleare nell’inizio dell’esistenza.

La sorpresa negli occhi di un bambino che scopre il mondo e che vive un’esperienza per la prima volta.

La sorpresa di quando arriva Babbo Natale con il dono desiderato e quello stesso bambino spalancherà la bocca, sospirando e cogliendo per la prima volta quella scintilla nella pancia dove per l’intera vita sentirà le emozioni.

Quella sorpresa che si traduce in meraviglia, in curiosità di esplorare il mondo, in fame di vita.

La sorpresa, dicono dei saggi, è un’emozione che genera emozioni.

Io penso che dovremmo misurare e dare valore alla nostra quotidianità partendo dal senso di sorpresa che è presente nelle nostre giornate.

La sorpresa di risvegliarsi al mattino accanto alla persona che ami, la sorpresa di un nuovo viaggio e delle meraviglie della natura che riserva, la sorpresa di un traguardo sofferto che tanto desideravi, la sorpresa di scoprire i personaggi di un nuovo libro o di un film.

Che cos’è la vita? Una sorpresa, scoprire che dopo una nota possiamo trovarne un’altra dando forma alla nostra melodia in questa o in quella esperienza.

Questo dono va svelato un poco alla volta, senza eccessiva fretta, senza consumarlo troppo velocemente ma nemmeno senza consumarlo proprio.

Sentite lo spettro delle emozioni complementari? Sentite che di fatto è un bilanciamento, come in una ricetta, troppo o troppo poco. Inazione o eccitazione.

La sorpresa invece non basta mai! Cerca di condire le tue giornate inserendo sempre un pizzico di quest’emozione così sana e così famelica di vita.

Occhio! Quest’emozione brucia in fretta o si spegne se non alimentata. Dalle nutrimento, dalle possibilità d’essere.

Crea un contesto di vita che ti permetta di sorprenderti e quando è tanto che non senti quest’emozione chiediti perché e cosa puoi fare per afferrarla.

Lei è sfuggente.

Pillole di Psicologia – Gestione dei figli a casa durante le misure contenitive per COVID-19

La chiusura forzata delle scuole a causa dell’emergenza sanitaria che il nostro paese sta vivendo ha inevitabilmente rotto gli equilibri di molte famiglie, soprattutto laddove sono presenti dei figli minorenni. Queste difficoltà sono state tanto maggiori quanto minore l’età dei propri figli.Chi si prende cura di tutti questi studenti a casa?

Ecco che alcune coppie genitoriali, con la fortuna di avere dei nonni autonomi, hanno trovato in essi una risorsa molto preziosa nell’accudimento dei figli ma altri genitori hanno dovuto fare i conti con il salasso economico delle baby sitter full time.

Per questo motivo spero che il governo renda esecutive celermente delle misure di sostegno economico con ammortizzatori sociali specifici che possano supportare questa complessa situazione, senza precedenti, perlomeno con il ritmo di vita di questo specifico momento storico.

Per quei genitori che invece, grazie allo smart working, sono riusciti ad integrare responsabilità genitoriale e lavorativa ecco qualche strategia di gestione dei propri figli (da adattare contestualmente all’età e alla situazione di ognuno): 

  • La presenza del genitore deve essere rassicurante e non caratterizzata da ansia o allarme.
  • I bambini più piccoli vivono l’esperienza di restare a casa come una vacanza o un tempo per giocare: non esponeteli a informazioni televisive o digitali fuori portata.
  • Dagli otto anni in su, con una capacità cognitiva più sviluppata, possiamo dare qualche informazione in più ai bimbi rispetto ad una malattia da evitare, senza esagerare.
  • Rispettate gli orari e le routine principali se possibile (sveglia mattutina, momento del pasto, andare a dormire) così da non perdere il ritmo quotidiano e facilitare il futuro rientro scolastico.
  • Cercate di coinvolgere i vostri figli nella programmazione e pianificazione del tempo a casa e dei momenti condivisi.
  • Evitate che il cibo possa diventare un modo per riempire i tempi morti o l’esperienza della noia.
  • Spronate e affiancate la didattica online anche alternandola al gioco (vedi il post sugli insegnanti): molti insegnanti stanno lavorando duramente per condividere online materiale didattico.
  • Se qualche nucleo si trovasse invece in una situazione di quarantena volontaria o confinato nella zona rossa ecco che diventa essenziale la gestione del tempo così da renderlo utile facendo tutto quello che nella normale e frenica routine si tende a procrastinare, ma soprattutto può essere vista come una risorsa per dedicarsi alle vostra relazioni, quella col partner, con vostro figlio, con dei cari amici.

La situazione è indubbiamente connotata da uno stato di emergenza ma il nostro assetto mentale, come sempre, può trovare la risorsa nel caos e utilizzare ciò che si ha per trovare un equilibrio.

Pillole di Psicologia – La paura del giudizio

A chi non è capitato almeno una volta nella vita di temere il giudizio di un’altra persona, sia essa un genitore, un amico, un partner, un collega o qualcun altro?

La pressione del giudizio degli altri può arrivare ad essere davvero intensa e farci sentire schiacciati e in gabbia quasi come fossimo incapaci di reagire.

Se ci pensiamo un attimo, la nostra Società, fin da quando ognuno di noi era bambino ci ha educato ed abituato ad essere valutati con l’obiettivo di raggiungere un grado di sufficienza sia specifico (ad esempio in una disciplina scolastica) sia generalizzato (in termini di adeguatezza o inadeguatezza).

Ma possiamo dare la colpa unicamente al sistema educativo?

Certo che no, infatti oltre a quel tipo di dinamiche, dobbiamo ricordarci anche di tutte le volte che ci siamo sentiti adeguati o meno di fronte alla mamma o al papà (chi ha avuto la fortuna di averli entrambi) ed inoltre dobbiamo fare i conti con la capacità che abbiamo avuto nel nostro passato di instaurare relazioni affettive soddisfacenti che ci hanno fatto sentire più o meno adeguati.

Ecco che l’insieme di tutti questi fattori ha contribuito al grado di sicurezza o insicurezza che oggi ci appartiene (che ci piaccia o no). Di fatto, alla base della paura del giudizio degli altri troviamo un’altra paura, più profonda: quella del rifiuto e della solitudine.

Guidati da questa potente paura può capitare che possiamo essere più o meno autentici per assecondare l’altro ed evitare quindi l’esposizione ad un conflitto altrimenti spaventoso poiché potrebbe portare alla chiusura di quello specifico rapporto e portare quindi alla solitudine.

Ecco che molti di noi (oserei dire tutti con livelli di gravità diversi), indossano delle maschere, un esempio riguarda la costruzione dell’identità digitale che va a tendere all’ideale del falso sé allontanandosi in realtà dall’essenza identitaria di ognuno.

Come posso vincere la paura del giudizio degli altri?

Gli esercizi che suggerisco, ben consapevole che non costituiranno una soluzione ma un tampone, riguardano l’allenamento della propria spontaneità, rendere più flessibili i valori che utilizziamo per sentirci adeguati, differenziare tra una critica manipolatoria e una costruttiva che può farci invece crescere.

Qualora il senso di dolore della condizione di esposizione al giudizio fosse ingestibile ecco che un percorso di psicoterapia diventa un’arma molto efficace.