Pillole di Psicologia – Esiste una relazione ideale di base?

Esiste un modello affettivo prestabilito al quale conformarsi?

Certamente sì!

Da cosa dipende?

E’ giusto?

Questo modello purtroppo esiste, così come altri canoni ed inviti comportamentali sociali impliciti ai quali aderire.

Tra l’altro il modello dipende dalla storia (tempo) e dalla cultura di riferimento.

La fenomenologia filosofica parla di rete coerente di rimandi come un insieme di significati condivisi socialmente che ci permettono di comunicare, comprenderci e stabilire la funzione di un oggetto.

Questi significati sono già nel mondo, prestabiliti e decisi da chi è esistito prima di noi e si manifestano nell’incontro col mondo nell’atto stesso di nascere e nell’appartenenza a quella specifica cultura di riferimento.

Possono cambiare questi significati e valori?

Certamente! Pensiamo a tutti i grandi cambiamenti della storia ove vi sono state vere e proprie rivoluzioni.

Questo sistema di valori prestabiliti può mutare nel corso della storia.

Per altro un modello di base muta anche rispetto alla cultura di riferimento. Pensiamo a come venga vissuta una relazione affettiva nella cultura Occidentale e come tutto cambi andando in culture differenti come in India.

Questi modelli affettivi sono corretti, giusti?

Mah, sono i modelli dominanti in una data cultura.

Spesso generano tanto dolore in quelle persone che non vi riescono ad aderire.

Pensando alle relazioni affettive il modello di base è orientato alla crescita della coppia, al matrimonio e alla genitorialità.

Questo indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Ed è giusto se tu ti senti autentico nel perseguirlo.

Ma sei sbagliato se non ci riesci? Assolutamente no!

Solo che all’inizio dell’espressione e affermazione della propria identità questo tema della non adesione all’aspettativa sociale genera tantissima sofferenza in chi lo attraversa.

Quindi ritengo che di fatto la scelta giusta sia quella del rispetto delle proprie pulsioni e del donare a se stessi la possibilità di essere autentici.

In sostanza se desideri una vita relazionale orientata all’incontro con partner occasionali ci starai bene se l’altro accede al medesimo piano.

Se desideri invece invecchiare con una persona e questa vuole una vita intima con diversi partner, sarà più difficile stare bene in quella relazione.

Questo per dire cosa?

Che non esiste un modo giusto, ma quello tuo, autentico e che però, nella misura in cui, affettivamente, ti incontri con un’altra persona, questo modo dovrà raccordarsi a quello del partner.

Difendi le tue emozioni, quello che provi, chi sei e cerca di esprimerlo.

E’ il regalo più grande che puoi fare a te stesso.

E a volte, per farlo, sarà necessario passare attraverso il dolore della separazione, se l’altra persona ci farà male o se non condividerà questi valori.

E tu riesci ad essere autentico?

Pillole di Psicologia – Bullismo e Cyber Bullismo

Bullismo

Il bullismo è un fenomeno esistente da decenni ed in questo momento storico ha assunto nuove sfumature per manifestarsi e sembra essersi accentuato soprattutto in età scolare.

Come funziona questo fenomeno? Il “bullying” si traduce in una manifestazione comportamentale aggressiva e ripetuta attuata da un aguzzino (il bullo) e rivolto verso un individuo più debole ed incapace di difendersi a causa fondamentalmente di un senso di insicurezza personale ed un autostima molto bassa.

E’ importante sottolineare che la vittima ha delle caratteristiche personologiche distintive quali una marcata sensibilità emotiva, una scarsa autostima e una più generale  difficoltà a socializzare a causa di una predisposizione all’insicurezza, alla timidezza e all’introversione.

La vittima subisce passivamente questi comportamenti abusanti ripetuti, vessatori e umilianti senza riuscire a rispondere a causa del suo sempre maggiore isolamento sociale e per la vergogna provata che rende molto difficile la richiesta attiva di aiuto a qualcuno poiché significherebbe l’ammissione di non essere riuscita a difendersi da sola e questo tema, per alcune persone, è inammissibile.

Le manifestazioni tipiche del bullismo sono: offese, parolacce, insulti, derisione per caratteristiche fisiche o caratteriali, diffamazione e umiliazione pubblica, aggressioni fisiche, minacce.

I danni psicologici nella vittima sono devastanti e mai come in questo periodo storico la correlazione tra vittima di bullismo e suicidio è stata così significativa: in pratica il gesto di togliersi la vita è visto spesso, ahimè, come l’unica soluzione.

Proprio per questo motivo, dato che il bullismo come fenomeno è presente soprattutto in fascia scolare media e superiore, sembra davvero necessaria l’introduzione di uno Psicologo scolastico in modo via via sempre più strutturato così che si possa svolgere un lavoro sul gruppo dei giovani in termini di prevenzione e mettere a disposizione dei ragazzi uno sportello di ascolto. Occhio! Non voglio essere polemico, ed infatti, alcune scuole sono avanti e hanno già investito in questa direzione, ma, ahimè, le ore sono sempre pochissime per l’impossibilità, spesso, dei dirigenti scolastici di stare nei budget a disposizione. Ritengo sia un servizio da potenziare poiché assolutamente essenziale e perché nel lungo termine  permetterà una generale riduzione dei costi sanitari per lo Stato (ma non vorrei andare off topic).

Oltre al bullo e alla vittima, ci sono altre figure protagoniste e complici di tale fenomeno: i gregari. All’interno del gruppo dei pari sarà molto più semplice, apparentemente, schierarsi dalla parte del prepotente in un clima di connivenza ed omertà, e così spesso anche i compagni della vittima sono disincentivati dal fornire supporto poiché altrimenti sarebbero coinvolti nell’attacco subito. Quindi la figura del gregario va a potenziare il circuito del fenomeno assecondando e spalleggiando le richieste del bullo o la trama dell’abuso.

Così come la vittima, anche il bullo ha delle peculiarità personologiche: egli ha alle spalle un clima familiare spesso caratterizzato da eccessivo permissivismo e tolleranza verso i comportamenti aggressivi, egli avrà un temperamento aggressivo ed inoltre spesso avrà vissuto delle significative carenze affettive da parte dei caregiver primari e dunque non avrà aderito alla condivisione di alcuni valori comportamentali di rispetto e solidarietà. Spesso il bullo è la prima vittima nel contesto affettivo familiare.

Il ruolo dello Psicologo è fondamentale! Infatti gran parte del lavoro può incentrarsi sulla prevenzione e si possono letteralmente salvare delle vite fragili altrimenti abbandonate a loro stesse con esiti spesso tragici.

Chiedi aiuto! Uscirne è possibile!

Cyber Bullismo

Il bullismo ha moltissime sfumature anche sottili per manifestarsi soprattutto oggi passando dal filtro telematico dei Social. Ecco che in questi casi il fenomeno prende il nome di cyberbullismo o “cyberbullying”. 

La cattiveria di un bambino può non avere limiti se non canalizzata in una direzione costruttiva, infatti alcuni bimbi vivono in un vero e proprio inferno familiare dove i bisogni primari di amore vengono meno e questo li porta al cambiamento: la vittima che diventa il carnefice. 

“La cattiveria di un bambino è direttamente proporzionale al suo dolore” (@Psicoexplorer).

Il cyberbullismo è un attacco online: è la versione digitale di un più generale bullismo analogico.

Cosa accade? Il cyberbullo sfrutta le insicurezze e le vulnerabilità personali delle sue vittime così da causare loro umiliazioni e danni psicologici anche gravi mentre egli resta nascosto dietro il suo avatar digitale, spesso senza nemmeno rivendicare l’attacco.

Anche per quanto riguarda il fenomeno digitale di cyberbullying gli effetti sono devastanti e generano nella vittima vissuti di ansia persistente, depressione e disperazione per l’impossibilità di reagire.

Come si configura l’attacco? Il cyberbullo può utilizzare i più disparati strumenti tra i quali foto personali della vittima, violando anche la sua privacy. L’aguzzino può spacciarsi inizialmente per una figura benevola che instaura un legame virtuale con la vittima magari “flirtando”. In questo modo, dopo aver conquistato la fiducia della vittima, egli riesce a farsi mandare foto, contenuti privati, a reperire informazioni molto personali e di fatto utilizza questo materiale per umiliare pubblicamente la vittima.

Tra i giovanissimi, nel viaggio della scoperta del loro corpo che cambia, che si sviluppa, è piuttosto diffuso il fenomeno del “Sexting” e quindi lo scambio di foto intime a contenuto sessuale che, ahimè, vengono poi utilizzate sul fronte dell’aggressione virtuale condividendole. Ecco, empaticamente, mettiamoci nei panni di una ragazzina che vede una proprio foto nuda e intima circolare per la rete e arrivare anche ai propri compagni di scuola o di classe. Come può sentirsi? Colpa e vergogna sono le emozioni principali che portano alla disperazione totale per quel sentimento di “sentirsi violata” che spesso provoca reazioni estreme come il suicidio.

Anche in questo caso l’intervento dello Psicologo ha a che fare soprattutto con la prevenzione del fenomeno così da “educare” i giovani al corretto utilizzo dei Social e a mettere a tema quei contenuti di ingenuità legati al piano del “ma a me non accadrà mai”: è fondamentale superare quel senso di onnipotenza spesso presente in preadolescenza o in adolescenza.

Quando invece “la frittata è fatta” diventa necessario allertare le Forze dell’Ordine come la Polizia Postale così da intervenire tempestivamente nella rimozione del materiale fotografico o sensibile e nell’attivazione di un supporto psicologico per la vittima perché possa elaborare i propri vissuti nel migliore dei modi.

Chiedi aiuto! Lo Psicologo ti ascolta.

Pillole di Psicologia – Le forme di violenza sono infinite: Revenge Porn

Il web è un luogo virtuale dove possiamo imbatterci in tantissime informazioni e nelle notizie più disparate.

Un tema molto attuale è quello del “Revenge Porn”, letteralmente una vendetta che passa dalla condivisione in rete di materiale sensibile riguardante una persona, nello specifico una figura femminile.

E’ una dinamica che vede la popolazione maschile nel ruolo del figura prevaricante e la popolazione femminile nel ruolo della vittima.

Moltissime dinamiche legate al “Revenge Porn” sono state di recente oggetto di interesse dei media, nello specifico ne hanno parlato i principali quotidiani nazionali e anche programmi come “Le Iene” che hanno svolto delle importanti inchieste a riguardo.

E’ un fenomeno internazionale e non peculiare del nostro paese. 

Recentemente, “Telegram”, una delle piattaforme social che ha ospitato uno dei gruppi di “Revenge Porn” più importanti in termini di numerosità, ha fatto molto scalpore poiché oltre 30.000 “maschietti” hanno condiviso in rete materiale sensibile, foto, video di nudo di ex fidanzate, amiche o fidanzate di amici fino ad arrivare addirittura alla condivisione di materiale pedo pornografico. Provate a immaginare i vissuti emotivi della vittima che vede la propria intimità violata a tal punto da restare per sempre nell’etere del web. Spesso l’esito è fatale e la vittima, nella maggior parte dei casi, arriva a togliersi la vita per la disperazione e per quel senso generalizzato di umiliazione e violazione della propria sfera intima, non vedendo altre possibili soluzioni.

E’ importante che la vittima sappia che, con il supporto dei propri familiari e di uno Psicologo, è possibile muoversi legalmente così da richiedere la rimozione del materiale condiviso online per poi trovare supporto in uno spazio protetto per elaborare questa drammatica ferita e ricostruire il proprio futuro.

Ma cosa porta questi uomini a radunarsi virtualmente e sfogare il proprio vissuto emotivo frustrato contro una vittima nella maggior parte dei casi sconosciuta e che uno dei membri  ha “postato” nel gruppo condividendone foto e video e, nei casi più gravi, il numero di telefono che da origine a vere e proprie dinamiche di “stalking”?

A volte dietro lo “sharing” di materiale foto e video sensibile c’è un vero e proprio business online nel quale una persona in possesso di contenuti intimi di una vittima vende questi contenuti all’amministratore di un gruppo di “Revenge Porn” e da qui parte il meccanismo di condivisione e di commenti denigratori, umilianti e aggressivi diretti alla “vittima” che sarebbe protagonista inconsapevole di questo teatrino raccapricciante online. A questo punto un’intera community virtuale commenta e insulta l’ignara vittima che magari viene a saperlo a distanza di mesi o magari non verrà mai a sapere dell’accaduto.

Le implicazioni psicologiche sottese a questo tipo di comportamento prevaricante ed abusante riguardano tantissime sfumature emotive: una repressione della sessualità significativa, un senso di insicurezza e frustrazione generalizzato che trova pace nell’incontro con un gruppo di persone simili, una rabbia “gender target” rivolta specificatamente alla popolazione femminile considerata come “colpevole” di aver più volte rifiutato questi uomini nel corso della loro vita. In un certo senso, in questo sistema valoriale orientato alla vendetta, l’umiliazione della vittima è il comportamento che ripristina il senso di giustizia “curando” illusoriamente la ferita narcisistica del proprio “ego” storicamente devastato dai rifiuti ricevuti.

Le implicazioni psicologiche della vittima invece sono devastanti: la vittima di questa forma virtuale di abuso viene letteralmente sommersa da vissuti di ansia, terrore, paura, pietrificazione e la sua identità viene demolita dalla consapevolezza di essere stata violata nelle sue più intime e segrete sfumature dell’Io. Come anticipavo in precedenza spesso la vittima violata arriva al suicidio senza nemmeno chiedere aiuto, ma questo dipende dal livello di resilienza personale.

Lo Psicologo può fare un enorme lavoro di prevenzione di tali comportamenti sfruttando i canali scolastici ed istituzionali così da informare giovani e genitori della portata di tale fenomeno e può fornire ascolto e supporto alle vittime. Anche il soggetto prevaricante può essere aiutato così da abbandonare queste condotte che portano ad esiti funesti per sé e per l’altro.

Pillole di Psicologia – Come gestire la rabbia

La rabbia come ogni emozione ha l’obiettivo di comunicarti che qualcosa non va.
E no, non mi riferisco a qualcosa di altro da te.
Intendo porre l’attenzione proprio su ciò che tu puoi controllare: il tuo atteggiamento, la vicinanza o la lontananza da certe persone.

Eh, ma se il mio compagno mi fa arrabbiare perché non lava i piatti cosa posso farci.
Calcola che molte volte ciò che ci fa scattare ed infuriare non è l’episodio miccia di per sé, ma un bisogno sommerso che non viene colto.
“L’ho sempre detto che è tutta colpa sua e non mi ascolta mai”.
Non ho detto questo.

Il bisogno spesso non lo cogli nemmeno tu in prima persona e per questo non riesci poi a comunicarlo.
E questo è il tuo pezzettino di responsabilità!
L’altro pezzo è una naturale conseguenza e cioè una situazione nella quale non ci sentiamo accolti proprio in quel bisogno.

Ecco la miccia innescata: Boom e la rabbia scoppia in tutta la sua potenza.
E bada bene dal ricercare l’immediato confronto con la persona che ritieni la responsabile della tua rabbia.
Prima è meglio far passare un po’ di tempo, così che la rabbia ceda il passo ad uno stato di quiete.
Solo a questo punto sarà possibile parlarne.

Occhio a quello che dici o fai quando sei nella situazione a caldo della rabbia perché potresti fare danni davvero significativi a te o agli altri.
Infatti è anche più facile che tu possa diventare più fisico nell’espressione emotiva proprio perché sei arrabbiato.

Come fare quindi per gestire la rabbia?
Allora intanto accogliamola e cioè non cerchiamo di eradicarla da noi, infatti è un pezzo di noi ed ha qualcosa da dirci.
Cerchiamo di capire cosa sta succedendo così da definire ciò di cui abbiamo bisogno: ad esempio il desiderio di più attenzione dal nostro partner.

Cerca di capire il messaggio che la rabbia vuole trasmetterti e cioè che dentro quella situazione, alle medesime condizioni, non ci stai mica troppo bene.
Agisci di conseguenza e inizia a verbalizzare ciò che provi.
E fallo un poco per volta: evita di accumulare.

Ritagliati sempre degli spazi di decompressione e sfogo: sport, passeggiate, una boccata d’aria.

Fammi sapere com’è andata.

Pillole di Psicologia – Esistono relazioni che possono diventare veleno

Le tipologie di relazioni sono le più disparate e, tra queste, troviamo dei legami profondamente tossici ed invalidanti con partner che hanno caratteristiche personologiche specifiche. Tra questi partner una delle personalità di rilievo nella creazione di legami tossici che risultano molto invalidanti per le “vittime” sono le persone con disturbo narcisistico di personalità.

Vi descriverò ora in breve che tipo di personalità è la personalità narcisistica e seguirà un piccolo estratto di un’intervista ad una paziente che dopo tanto lavoro nel contesto terapeutico è riuscita a liberarsi da quella prigione simbolica che la sua relazione era diventata.

Se vi interessa il tema, sul canale Youtube @psicoexplorer trovate molto materiale video su quelli che sono i campanelli d’allarme per riconoscere una relazione tossica, sulle implicazioni psicologiche connesse ed una videointervista ad una paziente che ha condiviso in forma anonima la sua esperienza.

E’ difficilissimo chiudere una relazione con un narcisista patologico. Egli conosce alla perfezione la sua vittima e sa benissimo su quali tasti far leva per mantenere il partner ingaggiato in uno stato di incomprensione e confusione in una posizione di speranza e smarrimento.

Il narcisista tiene la sua vittima in un costante stato di bisogno emotivo alimentando l’illusione che questo sarà prima o poi soddisfatto, ma ciò non accadrà mai!

Egli si nutre dell’altro per immaginare un’identità che c’è solo nel rispecchiamento con l’altro e che ha unicamente la funzione di “meet the needs” e quindi di soddisfare i suoi bisogni.

Anche se spesso il narcisista appare dall’esterno come brillante e sicuro di sé, ha in realtà bisogno di trattenere la sua vittima e abusarne come un vampiro energetico per cogliere un senso di sé rubandolo all’altro.

La relazione con un narcisista è profondamente abusante per la vittima che si sentirà sempre oscillare tra l’oppressione e l’illusione dell’amore e questo a lungo andare logorerà la vittima fino a portarla a soffrire psicologicamente in modo significativo.

Per uscire da questo tipo di relazione è fondamentale riconoscere la propria partecipazione come vittima a questa dinamica così da riconoscere il problema.

Questo primo passo non è così facile, infatti spesso la vittima, pur di non cambiare le cose, trasformerà il racconto a proprio vantaggio ponendosi nella dimensione dell’illusione che le cose miglioreranno (ma non miglioreranno!).

Che la vittima abbia una tendenza personologica alla dipendenza affettiva o no, sarà il narcisista a porvi in una dimensione di dipendenza, senza nemmeno che voi ve ne accorgiate, se non più avanti nel tempo.

Per uscirne indenni è importante iniziare un percorso di supporto psicologico o di psicoterapia  che possa darvi gli strumenti e una chiave di lettura diversa per gestire la situazione.

Una volta usciti/e dalla relazione abusante con un narcisista sarà fondamentale mantenere il “No Contact” e quindi una posizione di distacco completo e totale poiché ogni sms, chat, what’s up che il narcisista vi manderà avrà solo la funzione di riportarvi nella spirale della dipendenza e sarà agito solo per i suoi scopi personali.  

Intervista scritta in anonimo ad una paziente che è riuscita ad uscire da una relazione tossica.

1) Quanto siete stati insieme tu ed il tuo compagno?

Il rapporto con lui è durato circa un anno.

2) Come si comportava inizialmente?

È sempre stata una persona dal carattere forte, un dominatore.
Inizialmente sono stata io “a spingere” tra i due. Lui mi ha rifiutato parecchie volte,ma tenendomi sempre lì in stand by. Ha sempre voluto decidere tutto, ma nonostante questo gli piaceva il mio corteggiamento e nel momento in cui avevo deciso di lasciar perdere è stato lui a cercare me.
Diciamo che nonostante il carattere forte e un po’ lunatico sembrava una persona “normale”.

3) Quando hai visto un cambiamento nel suo modo di essere?

Giorno dopo giorno.
Alternava fasi di dolcezza a schifo totale nei miei riguardi.
E poi come se nulla fosse tornava ad essere tranquillo.

4) Litigavate? Perché? Come stavi dopo?

È sempre stato tutto un litigio. Le uniche volte in cui non si litigava era quando io lasciavo correre e stavo zitta. Per poi esplodere tutto insieme.
Alla fine di ogni discussione, stremata, chiedevo scusa io. Nonostante sapevo che non fosse giusto e che non fosse corretto. Io avevo le mie ragioni. Ma lui mi “minacciava” che sarebbe andato via, che poteva vivere senza di me, che non aveva bisogno di me per andare avanti e alla fine io tornavo sempre.
Il giorno del mio compleanno si scordò’ di farmi gli auguri. Mi lasciò anche in realtà, perché mi sono permessa di rimanerci male. A fine giornata ho chiesto scusa io.

5) La sessualità? Andava bene? Ti rispettava?

La sessualità era l’unica cosa in cui si andava d’accordo.
“Abbiamo un’alchimia pazzesca io e te” mi diceva sempre così.
Era vero, ho provato sensazioni mai provate e che forse non riproverò mai intense in quel modo. In realtà il nostro rapporto era basato solo ed esclusivamente sul sesso. Al di fuori di quello non sapevamo fare nulla.
Mi rispettava quando “diceva” lui. Alcune volte posso dire di avergli fatto fare quello che voleva per non “sentirlo” gridare.

6) Con i tuoi e suoi amici come andava? Lui era diverso?

Frequentavamo pochissimo gli amici, era più un rapporto tra me e lui e basta.
Con le altre persone rideva, era tranquillo, con me avrà riso forse tre volte. Era depresso, triste, aveva tutti i problemi del mondo.

7) Cosa ti portava a restargli accanto anche se ti svalutava?

Stava e sta passando un periodo molto complicato, e so per certo che questo ha contribuito molto nella nostra relazione e nella sua vita in generale. Io volevo “aiutarlo” per quanto possibile, condividere la giornata e le cose semplici. Tante mie amiche mi hanno detto “tu non puoi salvarlo” è vero, forse volevo salvarlo, ma lui non ha mai voluto essere salvato.

8) Cosa è scattato in te che ti ha portata a non cercarlo più?

Mi ha bloccato ovunque. Mi ha detto che mi avrebbe denunciata.
Ho provato in tutti i modi a recuperare questo rapporto. Sapevo per certo che se avessi mollato io, lui non sarebbe tornato. Infatti fu così.
Poi un giorno ho capito che in realtà se anche lui avesse accettato di vedermi o altro, io semplicemente non avevo più nulla da dirgli.
Mi ero “impuntata” inizialmente facendo davvero un casino dietro l’altro, perché non sapevo come affrontare la giornata senza di lui, non ero più in grado di farlo.
Poi gli amici giusti, la famiglia, la testa che si disintossica e soprattutto il tempo e la psicoterapia hanno fatto il resto.

9) Quando è finita? Come è andata?

Dopo l’ennesima litigata, stanca, fisicamente e mentalmente sono esplosa. Mi sono “ribellata”.
Sapevo di fare la cosa giusta. Sono andata via di casa,ero sicura di non volerlo , non era una persona che mi faceva bene, era una storia malata.
Ma dopo poco ho chiesto scusa anche lì. Questa volta però le scuse non sono bastate. Questa mia ribellione l’ha presa come un affronto personale.
Mi ha semplicemente detto: non ti amo più.
Io mi sono sentita morire. Completamente vuota, annientata, disorientata.

10) Ed ora a distanza di tempo va meglio?

Va molto meglio rispetto a prima. Per un certo periodo ogni cosa mi riportava a lui, il pensiero era lì sempre, anche se negavo. La mia testa era ancora sua. Tempo fa mi capitò di incontrarlo in macchina per caso, mi sono dovuta fermare perché ho iniziato a tremare.
Va meglio perché ho ricominciato a camminare con le mie gambe senza che lui dicesse giornalmente: dove come e quando, ma so per certo che se lui dovesse “mollare questo silenzio” tornerei ad avere paura.Il percorso di Psicoterapia mi ha davvero sostenuto a reggere emotivamente e sviluppare degli strumenti per ricominciare.

11) Cosa suggeriresti a chi è ancora intrappolata in una relazione tossica?

Di seguire quello che uno ha dentro.
Ogni donna sa, io sapevo.
Sapevo che restare era la scelta sbagliata ma restavo, per paura.
Accettare umiliazioni, offese, tradimenti, fa male tanto. Ma mai quanto capire di essere stata usata.
Quello non riesco ad accettarlo. Perché le persone così ti svuotano completamente per poi abbandonarti. Funziona così. È una legge.
Io ero vuota, non riuscivo a provare neanche rabbia per lui. La rabbia la provavo per me stessa. Per aver permesso tutto ciò .La frase che mi ripetevo io era : ” spero superi il limite in maniera che io possa trovare la forza di andare via. Speriamo faccia quello.  ” Ecc.
I limiti venivano puntualmente superati e io puntualmente restavo e perdonavo. E’ una ruota.
Non c’è nessun limite da “superare” per trovare questa forza è che semplicemente non deve esserci nessun limite. Il limite è nella nostra testa .
È facile forse per me parlare ora, perché sono passati mesi, ma i primi giorni neanche mi alzavo dal letto talmente era tanta la disperazione.
Ma, ne vale la pena?

12) Hai ricevuto supporto da amici e parenti?

Si e no. Alcune persone a me vicine mi hanno “allontanato” perché parlavo solo di lui, piangevo in continuazione, non uscivo, ero molto “pesante” lo so mi prendo le mie colpe. Altrettante non mi hanno lasciato un momento da sola. Hanno accettato i miei tempi e li hanno rispettati. Mio padre mi ha spronato ad iniziare un percorso terapeutico.

13) Cosa ti ha insegnato questa esperienza affettiva?

So che un giorno questa esperienza mi porterà a qualcosa , ma non so ancora a cosa.Ho deciso di condividere la mia testimonianza per aiutare le altre donne.
So che sono cambiata, forse cresciuta.
Ho capito che sono una credulona, che forse dietro il mio carattere forte in realtà c’è una donna fragile, che si è attaccata ad un qualcosa di finto.
Che le sensazioni bisogna ascoltarle, nominarle. Quando una persona ha un presentimento bisogna seguirlo.
Che il mondo è pieno di persone di merda che si spacciano per buoni samaritani, ma aspettano il momento giusto per colpirti.
Che nessuno può manovrare la tua testa, la tua vita, perché è tua.
Che le persone che ti vogliono bene te lo fanno capire, anche con un minimo gesto.
Che non devi elemosinare nulla da nessuno, soprattutto i sentimenti.
Che bisogna abbracciarsi.
E che la frase “con il tempo andrà meglio” è vera. È la frase più scontata del mondo ma è la più vera. Ma devi avere voglia di cambiare tu.

14)  Se lui dovesse tornare?  

Spero non lo faccia. Perché so che farei tanta fatica. So com’è fatto e soprattutto lui sa come sono fatta io.
Mi definivo senza vergogna, una drogata in astinenza. Per questo forse ho fatto tanti errori non appena sono stata lasciata. Lui era la mia dose di droga e di punto in bianco questa dose mi è stata tolta.
Di quei giorni ricordo solo la disperazione di non averlo più, completamente accecata e annientata. Vuota.
So per certo che a modo suo, involontariamente e inconsapevolmente, mi ha salvata, andando via lui. Perché probabilmente io non ci sarei mai riuscita.
Nonostante tutto, mi spiace per come sia finita.
Ma con persone del genere, non può finire in maniera diversa.
Sono finalmente più lucida. E sto piano piano riprendendo il controllo della mia testa e della mia vita.

Grazie per la tua testimonianza. La forma anonima è importante per tutelarti!

Grazie a tutti per l’attenzione. La speranza è che questa testimonianza sia d’aiuto a tutte quelle donne, tante troppe, ancora intrappolate in queste relazioni abusanti.Se vuoi ulteriori approfondimenti visita il canale YouTube @psicoexplorer così da trovare materiale audio e video a fini divulgativi.

Pillole di Psicologia – La separazione fantasmatica all’epoca dei Social

Nel gergo della tecnologia digitale il ghosting o “effetto ghosting” è una scia luminosa semitrasparente che le immagini in movimento si portano dietro.

Ecco proviamo a trovare il corrispettivo analogico di questo fenomeno: il ghosting relazionale.

In che senso?

Ci sono moltissimi tipi di persone nel mondo e le modalità di approccio, gestione ed, eventualmente, di risoluzione di un conflitto sono davvero le più disparate.

Alcune persone affrontano direttamente il problema con un partner sia esso affettivo intimo o amicale ed altre persone, per storia personale, rispetto alle loro esperienze vissute, fanno davvero fatica ad affrontare, verbalizzare e significare la separazione o l’allontanamento da una persona che, per qualunque motivo, non si ha più il piacere di frequentare.

Ecco che cos’è il ghosting, un fenomeno tanto potente ed attuale, tipico di questo momento storico, quanto doloroso, la maggior parte delle volte, per coloro che lo subiscono senza poter razionalizzare e significare i motivi che hanno portato una persona tanto intima e storicamente affettivamente vicina a sparire nel nulla quasi come se questa fosse diventata un fantasma.

Ecco che quella scia digitale computerizzata che un’immagine si porta dietro nel contesto informatico si traduce nel corrispettivo reale come una scia di ricordi ed emozioni che vengono meno d’un tratto in modo quasi inaspettato e quella persona, dal fidanzato, al compagno, all’amico intimo scompaiono, nel nulla e resta solo una piccola scia nel ricordo.

E a noi cosa rimane di quella persona? Il ricordo della sua presenza, della sua essenza e di ciò che nello scambio relazionale è stato vissuto nella sua potenza.

Restano però anche le domande sulla sua presente assenza che lentamente dovranno essere accettate prive della risposta che cerchiamo, poiché le parole, certe volte, non bastano.

Queste esperienze sono dei piccoli lutti che ognuno di noi, maschio o femmina, grande o piccolo, prima o poi nella sua vita si troverà ad affrontare.

La ricerca ci permette di dire che almeno l’80% dei soggetti di un campione di riferimento di persone di età compresa tra 18 e 35 anni ha subito almeno un’esperienza di ghosting.

Questo fenomeno può essere attivo (attuato in prima persona verso qualcuno) o passivo (subito da un partner).

Il ghosting è in realtà una forma di violenza psicologica che provoca significativo dolore nella persona che lo subisce.

Una configurazione piuttosto peculiare del fenomeno del ghosting riguarda una sorta di evoluzione filtrata dal mondo digitale e dai Social e che è stato denominato “orbiting”.

Di cosa si tratta? Il fenomeno dell’orbiting ha una particolarità e cioè, che senza l’integrazione con il mondo digitale, questo non esisterebbe.

Se il ghosting vede un partner o un affetto scomparire dalla propria vita senza segnali, parole o un confronto chiaro, ecco che l’orbiting affina questa caratteristica fantasmatica e cioè il partner o l’affetto viene meno nella vita reale: di fatto non vi saranno più cene al ristorante, aperitivi, cinema, teatro, appuntamenti ma (c’è un ma…) questi continuerà ad orbitare attorno a noi tramite i canali digitali o i Social mettendo like ai post, scrivendo ogni tanto in chat, seguendo la nostra vita digitale.

Avrete colto l’etimologia della parola che rimanda al senso di orbita e quindi di qualcuno o qualcosa che gravita attorno a noi senza però manifestarsi mai.

Il fenomeno accade più tipicamente nelle relazioni affettive “concluse” e quindi sarà più facilmente “l’ex” ad orbitare mettendo cuoricini e like nel mondo digitale di chi subisce questa modalità comportamentale. Tuttavia è possibile che si manifesti anche all’interno di relazioni amicali o lavorative.

Ciò che porta “l’orbiter” (se vogliamo coniare questo termine) ad agire così sembra essere legato al desiderio di controllo e potere che egli può esercitare sulla persona target, ma sembra anche esserci una categoria di soggetti che agisce così solo per semplice curiosità senza nemmeno pensare che questa modalità possa nuocere a chi la subisce (scarsa empatia o intelligenza emotiva?). Infine vi è un’ulteriore tipologia di persone che non sembrano essere molto sintonizzate con il proprio sé e non sembrano sapere cosa vogliano: “chiudo con te ma ti gravito attorno così magari un domani ritorno, forse… chissà… Oppure no”.

Di fatto l’orbiting risulta un fenomeno fastidioso per chi lo subisce ma con il quale si può imparare a convivere se non vi è rilevante dolore circa la fine di quella relazione già correttamente elaborata, tuttavia questa situazione può essere piuttosto dolorosa per quelle persone che hanno subito la rottura affettiva, ad esempio, e che, essendo ancora in parte legate a quel partner, non riescono a lasciarlo andare elaborando il distacco proprio perché egli gravita attorno a loro.

Per gestire il fenomeno qualora la situazione risultasse invalidante ritengo utile la modalità di gestione del partner narcisista: il no contact.

Abbiamo analizzato come funziona il fenomeno del ghosting (la persona sparisce senza dire nulla) e dell’orbiting (la persona scompare ma continua a gravitarci attorno via Social).

Il cerchio si chiude con un’ulteriore configurazione comportamentale che viene denominata “Zombieing”: proprio quella persona che era sparita senza dire nulla (ghosting) o che ci orbitava intorno (orbiting) torna improvvisamente nella nostra vita come se niente fosse accaduto e, comportandosi esattamente come se l’ultima volta che lo abbiamo visto fosse stata il giorno prima, è di nuovo nel nostro mondo.

Questo ritorno inaspettato è in realtà dettato da un bisogno narcisistico di nutrimento e soddisfacimento del proprio ego e, quindi, non ha molto a che fare con noi e quindi diventa importante prendere una posizione chiara e netta: non sei un giocattolo da prendere e buttare no? Devi volerti bene! Trai le tue conclusioni.

Lo scopo del ghoster nella dinamica dello zombieing è proprio quello di riprendere i contatti con noi e questi sa come farlo sfruttando le nostre debolezze e fragilità dato che ci conosce molto bene.

In questo caso è essenziale essere chiari con se stessi e sviluppare la propria resilienza così da riuscire a dire un limpido “no grazie” senza permettere allo zombie redivivo di divorarci e far vacillare la nostra identità e la nostra autostima rimandandoci in crisi, proprio quando l’idea di vivere senza di lui sembrava tollerabile.

Questo fenomeno provoca significativo dolore poiché apre alla possibilità del dubbio idealizzato e ci porremo dunque domande del tipo “magari è cambiato, tornerà tutto come prima”. Ebbene no! Lo “zombie” resterà sempre tale e continuerà a mangiarti e vomitarti. Inoltre farà a pezzi la tua autostima ed il tuo equilibrio.

Se ti trovi in una situazione difficile confrontati con i tuoi affetti importanti ed eventualmente prendi in considerazione la possibilità di scambiare due chiacchiere con lo Psicologo.

Pillole di Psicologia – Lutto

“Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo” (Sant’Agostino).

Che cos’è il lutto? Un sentimento doloroso legato alla perdita di una persona che ha rappresentato, in un certo momento della propria vita personale, un legame affettivo significativo. Questa separazione non è dovuta necessariamente alla morte di quella persona e quindi il lutto si struttura nel dolore legato proprio all’esperienza del distacco e della perdita.

E’ possibile vivere un lutto anche per la perdita di un lavoro o di uno status sociale? Assolutamente sì! L’esperienza del lutto è legata alla perdita di qualcuno o di una condizione e quindi può verificarsi anche dopo un licenziamento o la perdita improvvisa di un ruolo sociale e lavorativo legato ad esempio al fallimento di un’azienda o alla vendita di una casa con dei ricordi particolarmente affettivi.

Il senso di vuoto e di solitudine conseguenti alla perdita possono stravolgere significativamente l’equilibrio psichico di chi la vive e i ricordi di quella persona o della condizione perduta possono divenire insopportabili se non vi è un’adeguata elaborazione dei significati.

Nella tradizione ebraica la persona che è in lutto si fa uno strappo nell’abito prima o dopo il funerale della persona cara che è venuta meno. A livello simbolico il gesto è molto forte e significativo. Quando le persone in lutto tornano a casa dal funerale del proprio caro per sette giorni non possono fare bagno o doccia, non devono indossare gioielleria, gli uomini non si fanno la barba e spesso si utilizzano delle sedie molto basse per simbolizzare l’esperienza di essere prostrati dalla sofferenza per la perdita.

Durante questi sette giorni le persone vicine al defunto vanno a trovare e consolare i familiari. Questa fase si chiama “Shiva”.

Perché ho utilizzato l’esempio della cultura ebraica? Per porre l’accento sulla frenesia della nostra società. Pensate che lo “Shiva” ebraico dura sette giorni ed è una delle fasi iniziali del processo di elaborazione del lutto. L’intero processo arriva a durare più di un mese e nel caso della perdita di un genitore la durata del processo luttuoso arriva fino a dodici mesi.

Certamente vi sono delle differenze culturali importanti nella nostra Società. Eppure è importante afferrare il criterio della temporalità perché spesso nel mondo capitalista si arrivano a consumare le emozioni così rapidamente che sfuggono di mano e non vengono quindi colte ed elaborate, così da permettere alla persona di andare avanti con la sua vita, anche dopo il lutto di una persona cara. Il tempo in queste esperienze di perdita è fondamentale e le emozioni vanno vissute appieno dalla sofferenza fino all’accettazione della perdita.

Elencherò ora le fasi salienti del processo di elaborazione del lutto così da giungere all’accettazione della perdita: negazione o rifiuto della perdita (tentativo di negare la realtà), rabbia (auto diretta o rivolta alle persone vicine o addirittura verso il defunto), negoziazione (tentativo di trovare risposte o soluzioni accettabili così da poter integrare l’accaduto nella propria identità), depressione (profondo dolore e tristezza per la comprensione che ciò che è successo è irreversibile) ed infine accettazione (si accetta l’accaduto e la perdita trovando pace interiore e la spinta ad andare avanti). I tempi per contrattare l’accettazione variano da persona a persona e oscillano da 6 mesi fino a 2 anni.

Quando la persona resta intrappolata in una delle prime fasi ed il dolore è insopportabile il confronto con lo Psicologo può creare movimento e rimettere in moto l’individuo.

Abbiamo visto quello che è il processo di elaborazione del lutto nell’esperienza della perdita di una persona cara.

Vorrei dedicare ora qualche riga alla situazione attuale di emergenza sanitaria che il nostro paese ed il mondo stanno vivendo a causa del Covid19.

Infatti le fasi del processo che portano la persona in lutto ad accettare la perdita subita trova molteplici ostacoli in questo momento storico, infatti, ahimè, moltissime persone stanno perdendo i propri cari colpiti dal virus e ciò fa sì che essi debbano morire in solitudine e senza la possibilità di dare un ultimo bacio, abbraccio o un’ultima carezza alle persone care.

Non poter dire addio ai propri cari rende ancora più difficile una situazione già naturalmente profondamente dolorosa e faticosa da vivere ed inoltre, già privati dell’ultimo saluto, i familiari del defunto devono anche temporeggiare rispetto al dare alla persona che è venuta meno una degna sepoltura e cerimonia funebre.

Sono tanti i matrimoni che stanno slittando a causa del virus, ma se questi racchiudono emozioni gioiose, sono altrettanti i funerali rimandati a data da destinarsi ed è qui che la sofferenza esplode in tutta la sua potenza.

Fortunatamente alcune strutture ospedaliere deputate al trattamento di pazienti Covid19 hanno assunto team di esperti Psicologi con l’obiettivo di dare un immediato supporto telefonico ai familiari delle vittime e, in alcuni casi, sono riuscite a sfruttare la tecnologia a proprio vantaggio dando la possibilità alla persona infetta di dare l’ultimo saluto in video chiamata con Tablet nella commozione generale del personale sanitario e delle famiglie.

Non potendo estendere questa possibilità a tutte le famiglie delle vittime diventa quindi essenziale che i familiari delle vittime riescano con l’adeguato supporto psicologico per via telematica a ritagliarsi un momento condiviso e un momento di solitudine dove iniziare a fare i conti con la perdita, con la sofferenza così da avviare il processo del lutto anche se questo si è scontrato con le problematiche di isolamento del virus. Un isolamento tanto semplice per noi in quarantena quanto difficile e doloroso per chi sta morendo solo e per chi sta perdendo l’amore isolato.

Ricordate i vostri cari che sono mancati in questa battaglia invisibile e sommersa nelle affollate corsie degli Ospedali con i modi che più vi appartengono: da una melodia suonata al pianoforte ad un albero piantato in giardino e con qualcosa che, simbolicamente, possa donare vita laddove la fiamma della speranza si è spenta in un silenzioso e solitario soffio di morte.

Pillole di Psicologia – Comfort zone

Ogni azione nella vita porta ognuno di noi a compiere una scelta.

Queste scelte potranno essere più orientate a mantenere stabilità e ridurre al minimo la percentuale di rischio o maggiormente orientate a calcolare una piccola quota di rischio come necessaria per la realizzazione di sé.

In realtà ogni scelta è connessa ad un rischio, anche quelle che credi ti mantengano stabile e ancorato alla tua comfort zone presentano delle criticità come ad esempio il mantenimento di uno stato che genera malessere o l’impossibilità di realizzare i propri obiettivi personali e, quindi, di raggiungere il successo.

In ogni aspetto della vita è necessario rischiare, vivere quel piccolo brivido di adrenalina che ti porterà a domandarti se “ci riuscirai oppure no”.

Non che il rischio sia un tema culturale obbligato, anzi forse la nostra società ci ha, da sempre, educati a rischiare il meno possibile per mantenere lo stato di quiete.

Eppure è fondamentale cogliere che il successo personale (relazioni), professionale (obiettivi imprenditoriali) e la libertà di esprimere la propria identità con tutto il benessere psicologico che ne consegue passano necessariamente da quel rischio che spesso vuoi evitare. Quel brivido, quella paura è la miccia che ti permette di vivere la tua vita nel modo più autentico possibile e con una centratura sinergica tra ciò che provi, ciò che sei e ciò che fai quotidianamente.

Quindi segui il tuo istinto e rischia! Fatti guidare dal buon senso e dal tuo senso di responsabilità e rischia!

Il mio non è un invito a compiere un salto nel vuoto ma è un tema legato ad assumersi nelle varie situazioni una piccola quota di rischio. La tua “pancia emotiva” ha capito cosa intendo e cerca di ascoltarla! Nessuno meglio di lei sa ciò che devi fare e ciò che è più giusto per te! Non ignorarla!

Pillole di Psicologia – Ludopatia

“Scommettiamo che la mia non è una dipendenza dal gioco d’azzardo?” (Lorenzo Recanatini).

Il gioco d’azzardo è molto simile ai meccanismi sottesi alle altre forme di dipendenza da sostanze.

Ci sono forme e sfumature che variano di gravità. La forma patologica è caratterizzata da diverse fasi: quella della vincita (idealizzazione), quella della perdita (anche piuttosto elevata), quella della disperazione e della rinuncia (dove è più facile che la persona si faccia aiutare anche se, ahimè, i danni economici sono ormai devastanti).

Il “Gambling Disorder”, come viene anche catalogato, può a tutti gli effetti essere considerata una dipendenza senza sostanza o nella quale il gioco diviene la “sostanza”. Il suo andamento evolutivo è cronico e recidivante e può compromettere gravemente la salute fisica e psichica della persona che la vive.

I criteri diagnostici rimandano alla necessità di giocare per ricercare l’eccitazione o la sedazione desiderata, ad irritabilità se qualcuno prova a interrompere l’attività, a sforzi infruttuosi per interrompere il gioco, ad una preoccupazione costante per il gioco d’azzardo, al valore del gioco  per gestire in modo disfunzionale le emozioni, al racconto di bugie, alla perdita di una relazione a causa del gioco, alla ricerca del denaro in altre persone per giocarlo (prestiti, furti), alla perdita del lavoro a causa del gioco. Va specificata la gravità del disagio (lieve, moderata, grave).

A livello fenomenologico emerge in modo molto chiaro il valore del gioco come canale per “eccitarsi” qualora la persona non si “sentisse” in una vita personale piatta e priva di motivazione e stimoli emotivi attivanti o come canale “sedante” qualora la persona si “sentisse” troppo e quindi non fosse in grado di gestire le proprie emozioni, in tal caso il gioco arriva ad avere la funzione di spegnimento emotivo. Il meccanismo è piuttosto simile a quanto accade in alcune forme di disturbi alimentari nel meccanismo abbuffata/restrizione.

Un percorso di Psicoterapia è essenziale per uscirne in modo graduale affinché la persona possa riafferrare una vita equilibrata senza distruggere se stessa e i propri affetti.

Pillole di Psicologia – Gelosia e Invidia

Concludiamo questo viaggio nelle emozioni con un’analisi sulla gelosia e sull’invidia.

“L’uomo invidioso pensa che se il suo vicino si rompe una gamba, egli sarà in grado di camminare meglio”. (Helmut Schoeck)

Gelosia ed invidia sono due emozioni secondarie complesse legate intimamente alle dinamiche sociali e tra l’altro spesso sovrapponibili.

La gelosia è parte fondante della vita dell’essere umano sin dall’infanzia e si trasforma nel corso dell’intera esistenza assumendo le sfumature più disparate: la gelosia di un bambino verso i propri genitori o verso un giocattolo, la gelosia verso il partner affettivo in età adulta o all’interno di una relazione amicale, la gelosia nei confronti di alcuni beni.

La gelosia implica un vissuto di allerta e di possibilità di perdita di qualcuno o qualcosa. Quest’emozione può arrivare, se connotata da un’eccessivo bisogno di possessività di quella cosa o di quella persona, ad essere significativamente invalidante e motivo di intensa sofferenza per la persona che la vive e per la persona a cui è rivolta.

La letteratura scientifica ci permette di dire che, soprattutto nella gelosia amorosa, è presente una diminuzione dell’autostima della persona gelosa e questo provocherà una maggior insicurezza di sé aprendo a vissuti di rabbia, preoccupazione, vergogna fino ad una vera e propria disperazione nelle situazioni più intense.

Le azioni del geloso (controllo, pedinamenti, aggressioni, vendette, dispetti) hanno origine in un più ampio senso di vulnerabilità, inferiorità che portano la persona a vivere in un persistente stato di insicurezza. Sto descrivendo una situazione connotata da un certo grado di gravità ma vi sono anche sfumature più soft.

L’invidia ha invece, seppur con molteplici punti di sovrapposizione rispetto alla gelosia, un riferimento maggiore al valore e all’immagine di sé. Alla base dell’invidia troviamo un senso di inferiorità, di competizione e di mancanza che porta la persona a desiderare il possesso di un bene o di una qualità o di uno status sociale che porta l’invidioso ad un ideale confronto con chi possiede l’oggetto del desiderio di possesso. Nell’invidia è importante il ruolo della rivalità e della competizione verso l’altro che spesso è considerato come colui che è fonte d’impedimento nella realizzazione del desiderio di possesso.

Spesso l’invidia sperimentata dalla persona invidiosa è negata e difficilmente sarà condivisa esplicitamente poiché fonte di vergogna nel dialogo con se stessi.

Dove sono in queste due emozioni, che assumono le caratteristiche di vere e proprie condizioni esistenziali, le funzioni emotive adattive?

Beh, seppur sia davvero complicato nella gelosia e nell’invidia cogliere quelli che possono essere degli spunti positivi, ecco che le risorse, in condizioni di gravità non psicopatologica, riguardano la spinta all’auto miglioramento di sé e quindi verso quei benefici che una competizione sana nella relazione con l’altro possono farci crescere personalmente, affettivamente e professionalmente.

Pillole di Psicologia – Speranza

“La paura può farti prigioniero, la speranza può renderti libero” (dal film “Le Ali della libertà”).

Per molto tempo si è discusso sul tema del considerare la speranza un’emozione oppure no. In realtà possiamo farla rientrare nello spettro delle emozioni secondarie e quindi di quelle emozioni che derivano da un miscuglio tra le emozioni primarie e le interazioni sociali della persona.

La speranza è intimamente connessa con le emozioni positive, infatti l’atto dello sperare genera benessere e motivazione verso il futuro. Quando speriamo ci sentiamo bene, carichi e positivi.

Se ci pensate ogni progetto, da quello affettivo a quello lavorativo, trova un denominatore comune nella speranza. Ogni piano può potenzialmente fallire e quindi andar male. Quindi lo evitiamo? Assolutamente no! Speriamo che funzioni!

Pensate sennò a tutte quelle situazioni della vita di ognuno di noi che generano dolore e sembrano apparentemente insormontabili ed ecco che la speranza assume la configurazione di una luce verso la quale tendere per rialzarsi ed andare avanti.

Quando la speranza diventa faticosa e controproducente? Ciò accade quando la speranza viene idealizzata e si trasforma in aspettativa. Avere un’aspettativa su di un risultato o su come andranno le cose genera, ahimè, quasi sempre frustrazione. Questo capita perché sia nella migliore sia nella peggiore delle ipotesi la realtà delle cose sarà profondamente diversa dall’aspettativa, proprio perché questa è ideale e perde possibilità di realtà.

Come sempre, gli eccessi, non conducono all’equilibrio ed al benessere, quindi è importante coltivare la propria speranza così da mantenere quella spinta di vita ad andare avanti, ma occhio a non idealizzarla e trasformarla in tante aspettative in questo o in quel contesto, infatti potrebbe diventare un’operazione piuttosto frustrante.

Pillole di Psicologia – Rimorso

Nel nostro viaggio nell’Universo delle emozioni, qualche giorno fa, abbiamo analizzato il perdono. In realtà questo è piuttosto legato al rimorso. Il perdono implica l’accettazione della situazione subita con il riposizionamento personale orientato all’andare avanti con la propria vita. Il rimorso invece è un po’ come se fosse un perdono a metà, quindi non completamente elaborato ed è auto diretto. Il rimorso implica la centratura della persona su di uno sguardo volto all’indietro nella propria vita, in cerca di una ideale comprensione di ciò che la persona ha sbagliato nel passato così da colpevolizzare la sua condizione nel presente.

Il rimorso è uno stato d’animo che deriva dalla consapevolezza di non aver seguito o rispettato un sistema di valori e come conseguenza genera quest’emozione che è strettamente connessa alla colpa.

Come ogni emozione anche il rimorso ha una funzione adattiva. In che modo? Beh, la persona che prova rimorso oppure un più articolato e conseguente senso di colpa sarà spinta a “correggere” la propria condotta così da rientrare nei binari morali propri del suo sistema valoriale. Il rimorso è quindi importante poiché genera una riflessione empatica sulle azioni che si sono messe in atto in un determinato contesto così da riallinearle con il proprio codice morale, in linea con un più ampio codice etico condiviso in quel momento storico dal contesto socio culturale di appartenenza.

La letteratura scientifica, nello specifico la branca degli studi di criminologia del celebre genio Cesare Lombroso, ci suggerisce che non tutte le persone siano in grado di provare rimorso o senso di colpa e parliamo in questi casi di disturbo antisociale di personalità o di una condizione di psicopatia: caratterizzata dalla freddezza emotiva e quindi dall’incapacità di sentire le emozioni dovuta anche a correlati neurali alterati.

Come sempre un’ eccessiva centratura sui propri vissuti emotivi, nello specifico sul rimorso conseguente ad una condotta specifica potrebbe risultare invalidante se non elaborato e tradotto in un comportamento che riposiziona la persona rispetto a quella situazione.

Pillole di Psicologia – Disgusto

Il disgusto è un’emozione primaria, infatti è molto importante perché ci permette di reagire di fronte ad uno stimolo sgradevole e potenzialmente nocivo.

Quest’emozione può trovare delle dimensioni espressive anche oltre al piano alimentare: mangio un cibo nocivo e, grazie al sapore disgustoso, lo sputo.

Queste configurazioni del disgusto, sul piano del nutrimento, hanno a che fare con il gusto: uno dei cinque sensi.

Ma il gusto può configurarsi anche slegato da una dimensione sensibile connessa al sapore: il gusto di vestire, il gusto estetico nella scelta di un partner, il gusto di un valore morale.

Vediamo come uno dei cinque sensi può tradursi in emozione: il disgusto rivolto verso una persona a causa di un comportamento brutale, il disgusto per una situazione ingiusta sul piano valoriale.

Quindi il disgusto come emozione adattiva per la sopravvivenza si traduce anche all’interno di un piano sociale: adesione o meno ad un comportamento, vicinanza o lontananza da una persona nociva (notate delle somiglianze con un alimento tossico?).

Le emozioni sono fondamentali nel riposizionare ognuno di noi nella propria vita: il disgusto ci permetterà di discriminare ciò che ci fa bene da ciò che non ci fa bene anche all’interno delle relazioni (relazione tossica?), del lavoro (il disgusto per una mansione), di un’esperienza (“l’idea di pattinare mi disgusta”), della moda.

L’obiettivo, per raggiungere il proprio benessere, sarà quello di aderire nel modo più autentico possibile a ciò che le nostre emozioni, nella pancia, ci comunicheranno.

Se scegliamo di ignorare le emozioni, il nostro disgusto per qualcosa, sarà nostra la responsabilità per una situazione spiacevole e dolorosa.

Pillole di Psicologia – Nostalgia

La nostalgia è un’emozione secondaria, un vero e proprio stato d’animo in alcune situazioni emotive introspettive.

La nostalgia, è simile alla tristezza, ma ci fa pensare a qualcosa che un tempo fu bello e felice e che oggi, ahimè, è venuto meno e non tornerà mai più: una relazione finita, un momento con la nonna, un viaggio da bambini con la compagnia di persone che poi si sono perse per sempre, un ricordo nitido della tua versione infantile al mare che faceva i castelli di sabbia con un padre che poi è mancato.

Difficile da accettare eh? Il vissuto emotivo è ambivalente, spazia da picchi di felicità malinconica a momenti di disperazione assoluta. L’equilibrio, come sempre, è nel mezzo.Ciò che quei ricordi suscitano in noi sono veri e propri scossoni elettrici nello stomaco uniti a tanti brividi che attraversano il corpo. A quel punto le reazioni sono due: chi fa un sorriso sospirante e torna alla sua vita e chi invece non riesce a uscire da quel vortice nostalgico.Vi sono degli studi (Routledge et al.) i cui dati indicano che la nostalgia sia una risorsa enorme poiché sostiene e alimenta un significato più ampio dell’esistenza di ognuno di noi. Sembra addirittura che la nostalgia sana sia un fattore protettivo verso ansia e depressione.

Occhio però a non caderne vittime, infatti come in tutte le cose, una certa quantità di nostalgia è utile e sana, ma se questa diventa il nostro presente ecco che il confine con la depressione melanconica è ad un passo e la nostalgia assumerà i tratti di una più dirompente melanconia che vedrà in ciò che è stato motivo di sofferenza oggi e lo sguardo della persona arriverà quindi ad essere orientato in modo depressivo all’indietro piuttosto che prospetticamente in avanti, perdendo quindi per strada la pulsione di vita.

Coltiva quindi la tua nostalgia domandola senza caderne vittima.

Pillole di Psicologia – Perdono

Il perdono è un tema delicato che mette in contatto la persona con delle fragilità personali importanti, tanto maggiori quanto sono gravi gli eventi che l’hanno fatta molto soffrire.

Perdonare permette di eliminare tutta quell’energia negativa investita altrimenti in processi come il rimuginio sulla sequenza degli eventi che hanno portato all’episodio doloroso, sulla responsabilità auto diretta o eterodiretta, sull’adeguatezza delle proprie e altrui scelte.

Un periodo iniziale, un primo momento per elaborare la rabbia e le emozioni connesse ad un episodio subito ed ingiusto, è utile ed importante. Ma con il passare del tempo è essenziale elaborare questi contenuti così da giungere al perdono e “liberarsi” riaprendosi al mondo. Il rischio infatti è quello, senza perdono, di rimanere ancorati all’episodio doloroso subito senza possibilità di evolvere e riprendere in mano la propria vita così da superare quel momento. Il rischio, senza la dimensione del perdono, è quello di rinunciare ad una possibile e futura felicità in nome di ciò che è stato e del passato.

Questa è, senza dubbio, un’operazione molto faticosa da attuare, specie se sommersi da tutti i vissuti emotivi che ci rendono meno lucidi ma è una quota di fatica che libera la persona che vivrà altrimenti intrappolata e prigioniera del passato.

Ritengo che mai come in circostanze ove è necessario perdonare sia utile un lavoro di analisi di sé e di elaborazione dei propri vissuti con uno Psicologo così da uscirne nel più breve tempo possibile e con delle risorse rinforzate che riportano l’essere umano su un piano di desiderio di vita e di nuovi progetti verso i quali tendere.

Il perdono implica una scelta, quella di liberarsi del passato subito per tornare a vivere. La scelta di non perdonare apre alla dimensione del rancore e al desiderio di rivalsa rispetto al torto subito ma tale piano sarà estremamente faticoso e il senso di ripristino di un piano valoriale di giustizia sarà solo illusorio e la perdita di potenza dell’essere sarà immensa: la persona resterà melanconicamente ancorata al passato senza riposizionarsi in una dimensione vitale di fame di vita e di futuro.

Attenzione perché a volte questa scelta controproducente diverrà una giustificazione per non lasciare andare il passato.

Pillole di Psicologia – Gioia

Ecco che siamo finalmente arrivati a quella che, socialmente, è l’unica emozione primaria positiva. Anche se nei post dei giorni scorsi ho voluto sottolineare quanto anche le emozioni, socialmente considerate negative, siano importanti ed essenziali per il nostro benessere psichico.

Come per l’arte, è tanto più facile dipingere un’opera mossi da emozioni dolorose che spinti da emozioni gioiose. Altrettanto è per me molto più semplice condividere con voi le emozioni faticose quanto è più complesso descrivere ciò che ci fa stare bene: la gioia.

Definirei la gioia come l’emozione verso la quale tutti noi vorremmo tendere. Occhio però a tradurre la gioia con delle parole realistiche, altrimenti rischiereste di non afferrarla mai! Ritengo quindi importante non idealizzarla.

La gioia è il motore della vita, è l’emozione che ci spinge ad aprirci al mondo, ad esplorarlo ed incontrarlo cercando di vivere tutte le sfumature meravigliose che offre. La gioia genera vita, movimento, esplorazione, amore e curiosità.

Quando proviamo gioia? Ogni volta che crediamo e sentiamo di aver realizzato uno scopo per noi essenziale come aver raggiunto il lavoro dei nostri sogni, avvertire di essere arrivati al successo, aver realizzato una progettualità affettiva o genitoriale, aver fatto un viaggio da sempre desiderato o amare una persona profondamente.

Ognuno ha la propria definizione di gioia e tenderà a muoversi nella sua storia così da afferrarla.

Il tema importante riguarda la possibilità di vivere la gioia, infatti è tanto faticoso afferrarla, con tutti i sacrifici che questa richiede, quanto è molto facile perderla per strada con scelte incoerenti con i propri progetti di vita.

La gioia non durerà mai in eterno ed è importante cogliere quest’aspetto così da abbassare la propria asticella del benessere e portarla sul piano dell’entusiasmo, che in qualche modo tradurrei come “la gioia del presente e di ciò che si sta facendo”. Viviamo l’entusiasmo dell’istante!

Pillole di Psicologia – Vergogna

Per proseguire il nostro viaggio nell’universo delle emozioni incontreremo oggi la Vergogna.

Quest’emozione è molto importante perché, senza una capacità di gestione adeguata, può inficiare significativamente la vita personale e professionale della persona.

La vergogna infatti è anche strettamente legata all’autostima e quindi, ad una bassa autostima corrisponderà un maggiore senso di vergogna generalizzato poiché la persona si sentirà costantemente inadeguata nel contesto di riferimento.

La vergogna è un’emozione sociale sperimentata quando si teme di fallire in una situazione o quando si crede di non aver rispettato degli standard di comportamento o prestazione che la persona si è posta da sola e che, per bias cognitivo (errore di giudizio), rappresentano l’asticella verso la quale tendere per mantenere un senso di adeguatezza nel rapporto con se stessi. Sotto quell’asticella la persona si sentirà inadeguata e proverà vergogna e sopra quell’asticella la persona si sentirà stabile. Spesso, in situazioni di sofferenza psicologica, l’asticella dell’aspettativa alla quale aderire è molto elevata e quindi parleremo di falso sé o ideale del sé, di fatto irraggiungibile e quindi la persona vivrà in un continuo stato di inadeguatezza e vergogna.

La vergogna è un’emozione secondaria, sviluppata con la crescita e l’esposizione sociale della persona, ed infatti è intimamente connessa con la competenza sociale: all’autovalutazione di sé rispetto ad uno standard desiderato a livello sociale.

Spesso la reazione della persona all’emozione vergogna è la rabbia e l’isolamento. Tale emozione compare dopo il secondo anno di vita e ha a che fare con l’immagine di sé e l’auto consapevolezza. Un ruolo importante in questa emozione è giocato dai genitori, dagli insegnanti e dal gruppo dei pari che in tenera età contribuiscono alla costruzione di un’autostima strutturata e definita in grado di integrare nello spettro emotivo anche la vergogna. Sembra esserci una correlazione tra bassa autostima, vergogna marcata e umiliazioni subite nel contesto domestico o dal gruppo dei pari (bullismo).

Ogni individuo ha una teoria relativa ad un sé ideale e per imparare a gestire la vergogna ed integrarla con il proprio sé è importante abbassare l’asticella dell’aspettativa sociale immaginaria. Un lavoro di analisi di sé con un professionista Psicologo può significativamente aiutare la persona a rafforzare la sua autostima e integrare la vergogna come parte della vita sociale di una persona.

Ho evidenziato alcune criticità significative della vergogna e teniamo presente che vi sono sfumature molto sottili nella quotidianità di ognuno di noi che sono però molto gestibili (ad esempio la vergogna provata per una gaffe con un collega al lavoro).

Pillole di Psicologia – Rabbia

La rabbia è un’emozione adattiva che tutti gli esseri umani vivono. Questa può essere espressa o può essere soffocata divenendo quindi rabbia repressa.

I modi di vivere ed esprimere la rabbia sono simili sia nei bambini sia negli adulti e ciò che cambia riguarda più che altro gli strumenti a disposizione per gestirla ed esprimerla che, per ovvi motivi, negli adulti sono molto più complessi e articolati che nei piccini.

Guardando i bambini possiamo vedere che tra le manifestazioni rabbiose più comuni troviamo il lancio di oggetti, le urla e il pianto. Questi contenuti evolvono quando l’emozione incontra il linguaggio e quindi può trovare un canale di sfogo anche attraverso le parole.

La rabbia ha delle sfumature diverse tra le quali momenti di picco emotivo massimo (collera) oppure picchi emotivi minimi (fastidio, irritazione). Nonostante questi diversi gradi di intensità è importante sfogare la rabbia nel modo più funzionale possibile così che non distrugga la persona che la prova e le persone che le stanno vicino.

Spesso la rabbia sorge nel momento in cui la persona vive un’ingiustizia o subisce il comportamento di qualcun altro senza condividerlo, oppure nel momento in cui qualcuno la pensa in modo molto diverso da noi.

In età adulta la rabbia si esprimere fisicamente, fortunatamente, solo in pochi casi e utilizza il canale verbale la maggior parte delle volte (parolacce, urla, grida, volume della voce elevato). Anche il corpo segue di pari passo l’andamento emotivo della rabbia assumendo una maggiore tensione fisica e una postura orientata all’attacco e all’aggressione. Il battito cardiaco e la respirazione aumentano, durante picchi di rabbia intensa, e siamo, a tutti gli effetti, pronti alla difesa, all’attacco o alla fuga.

Per come è evoluta la nostra specie e nella nostra società ultra moderna è importantissimo esprimere la rabbia, senza reprimerla, ma è altresì importante non dirigerla fisicamente e verbalmente verso qualcuno con aggressività. Come fare? Beh, intanto permettiamoci di riconoscere questa emozione e di comunicarcelo. Poi è possibile ritagliarsi un momento per se stessi nel quale ci allontaniamo dalla persona o dalle persone coinvolte nel conflitto così da permettere alla rabbia di estinguersi a livello fisiologico.

Successivamente potremo utilizzare un canale comunicativo linguistico che, sbollito il picco alto di rabbia, ci permetterà di condividere le nostre ragioni con chi di dovere e provare a trovare un punto di mediazione così da riappacificarci.

Occhio! Non sempre sarà possibile trovare un accordo, infatti spesso le relazioni possono finire e le persone possono allontanarsi se non trovano un compromesso.

Pillole di Psicologia – Paura

Un’altra emozione fondamentale e con valore adattivo è la paura. Quest’emozione mette in guardia l’uomo da un possibile pericolo così che questi possa affrontarlo o scappare come reazione. Inoltre anche fisiologicamente il corpo assume una posizione più vigile e attenta grazie all’aumento del battito cardiaco, della respirazione, del rilascio di adrenalina, ossitocina (amore e paura) e cortisolo (stress).

Oggi il problema connesso ai vissuti della paura riguarda quando questi si manifestano in modo apparentemente decontestualizzato, esagerato o senza un logico motivo: ad esempio quello che accade nelle fobie.

Ecco che in questi casi la paura non è più una risorsa adattiva amica ma diviene a tutti gli effetti disfunzionale ed un vero e proprio ostacolo per le nostre possibilità di vita nel mondo inficiando ogni area della nostra vita dalle relazioni al lavoro.

Oltre alla fuga/attacco esistono altre modalità connesse alla paura in natura: il freezing (immobilità fisica mentre si pensa ad una strategia per salvarsi dal pericolo) e il faint (fingere la morte). Nel mondo di oggi i corrispettivi di queste due modalità possiamo trovarli nei vissuti di eventi traumatici (abusi, violenza, guerre).

La paura è solitamente correlata ad un pericolo reale e differisce dall’ansia per il fatto che quest’ultima è invece legata a delle previsioni negative su eventi importanti o vissuti come pericolosi (ad esempio sostenere un’esame in Università).

La paura diventa fobia quando c’è un timore esagerato per un evento che in realtà non rappresenta un vero pericolo: ad esempio la melissofobia o paura delle api non rappresenta un pericolo reale se non sei allergico e se c’è una singola ape, ma certamente il discorso cambia se tu sei un soggetto allergico e se magari finisci dentro un alveare! La discriminante tra paura e fobia è proprio in questo: l’evitamento di ciò che spaventa fino a limitare la propria vita senza che vi sia un reale pericolo.

Le fobie e le paure sproporzionate e immotivate sono moltissime e per superarle è importante parlarne con lo Psicologo, soprattutto perché, in alcuni casi, nascondono correlazioni con eventi traumatici passati e in altre situazioni si sostituiscono ad angosce altre con radici ben più profonde.

Non dimentichiamoci però che una certa dose di paura nella vita di tutti i giorni è sana e potremo accettarla così da renderla una risorsa amica.

Pillole di Psicologia – Sorpresa

La sorpresa è un’emozione primitiva, basica, nucleare nell’inizio dell’esistenza.

La sorpresa negli occhi di un bambino che scopre il mondo e che vive un’esperienza per la prima volta.

La sorpresa di quando arriva Babbo Natale con il dono desiderato e quello stesso bambino spalancherà la bocca, sospirando e cogliendo per la prima volta quella scintilla nella pancia dove per l’intera vita sentirà le emozioni.

Quella sorpresa che si traduce in meraviglia, in curiosità di esplorare il mondo, in fame di vita.

La sorpresa, dicono dei saggi, è un’emozione che genera emozioni.

Io penso che dovremmo misurare e dare valore alla nostra quotidianità partendo dal senso di sorpresa che è presente nelle nostre giornate.

La sorpresa di risvegliarsi al mattino accanto alla persona che ami, la sorpresa di un nuovo viaggio e delle meraviglie della natura che riserva, la sorpresa di un traguardo sofferto che tanto desideravi, la sorpresa di scoprire i personaggi di un nuovo libro o di un film.

Che cos’è la vita? Una sorpresa, scoprire che dopo una nota possiamo trovarne un’altra dando forma alla nostra melodia in questa o in quella esperienza.

Questo dono va svelato un poco alla volta, senza eccessiva fretta, senza consumarlo troppo velocemente ma nemmeno senza consumarlo proprio.

Sentite lo spettro delle emozioni complementari? Sentite che di fatto è un bilanciamento, come in una ricetta, troppo o troppo poco. Inazione o eccitazione.

La sorpresa invece non basta mai! Cerca di condire le tue giornate inserendo sempre un pizzico di quest’emozione così sana e così famelica di vita.

Occhio! Quest’emozione brucia in fretta o si spegne se non alimentata. Dalle nutrimento, dalle possibilità d’essere.

Crea un contesto di vita che ti permetta di sorprenderti e quando è tanto che non senti quest’emozione chiediti perché e cosa puoi fare per afferrarla.

Lei è sfuggente.

Pillole di Psicologia – Gestione dei figli a casa durante le misure contenitive per COVID-19

La chiusura forzata delle scuole a causa dell’emergenza sanitaria che il nostro paese sta vivendo ha inevitabilmente rotto gli equilibri di molte famiglie, soprattutto laddove sono presenti dei figli minorenni. Queste difficoltà sono state tanto maggiori quanto minore l’età dei propri figli.Chi si prende cura di tutti questi studenti a casa?

Ecco che alcune coppie genitoriali, con la fortuna di avere dei nonni autonomi, hanno trovato in essi una risorsa molto preziosa nell’accudimento dei figli ma altri genitori hanno dovuto fare i conti con il salasso economico delle baby sitter full time.

Per questo motivo spero che il governo renda esecutive celermente delle misure di sostegno economico con ammortizzatori sociali specifici che possano supportare questa complessa situazione, senza precedenti, perlomeno con il ritmo di vita di questo specifico momento storico.

Per quei genitori che invece, grazie allo smart working, sono riusciti ad integrare responsabilità genitoriale e lavorativa ecco qualche strategia di gestione dei propri figli (da adattare contestualmente all’età e alla situazione di ognuno): 

  • La presenza del genitore deve essere rassicurante e non caratterizzata da ansia o allarme.
  • I bambini più piccoli vivono l’esperienza di restare a casa come una vacanza o un tempo per giocare: non esponeteli a informazioni televisive o digitali fuori portata.
  • Dagli otto anni in su, con una capacità cognitiva più sviluppata, possiamo dare qualche informazione in più ai bimbi rispetto ad una malattia da evitare, senza esagerare.
  • Rispettate gli orari e le routine principali se possibile (sveglia mattutina, momento del pasto, andare a dormire) così da non perdere il ritmo quotidiano e facilitare il futuro rientro scolastico.
  • Cercate di coinvolgere i vostri figli nella programmazione e pianificazione del tempo a casa e dei momenti condivisi.
  • Evitate che il cibo possa diventare un modo per riempire i tempi morti o l’esperienza della noia.
  • Spronate e affiancate la didattica online anche alternandola al gioco (vedi il post sugli insegnanti): molti insegnanti stanno lavorando duramente per condividere online materiale didattico.
  • Se qualche nucleo si trovasse invece in una situazione di quarantena volontaria o confinato nella zona rossa ecco che diventa essenziale la gestione del tempo così da renderlo utile facendo tutto quello che nella normale e frenica routine si tende a procrastinare, ma soprattutto può essere vista come una risorsa per dedicarsi alle vostra relazioni, quella col partner, con vostro figlio, con dei cari amici.

La situazione è indubbiamente connotata da uno stato di emergenza ma il nostro assetto mentale, come sempre, può trovare la risorsa nel caos e utilizzare ciò che si ha per trovare un equilibrio.

Pillole di Psicologia – La paura del giudizio

A chi non è capitato almeno una volta nella vita di temere il giudizio di un’altra persona, sia essa un genitore, un amico, un partner, un collega o qualcun altro?

La pressione del giudizio degli altri può arrivare ad essere davvero intensa e farci sentire schiacciati e in gabbia quasi come fossimo incapaci di reagire.

Se ci pensiamo un attimo, la nostra Società, fin da quando ognuno di noi era bambino ci ha educato ed abituato ad essere valutati con l’obiettivo di raggiungere un grado di sufficienza sia specifico (ad esempio in una disciplina scolastica) sia generalizzato (in termini di adeguatezza o inadeguatezza).

Ma possiamo dare la colpa unicamente al sistema educativo?

Certo che no, infatti oltre a quel tipo di dinamiche, dobbiamo ricordarci anche di tutte le volte che ci siamo sentiti adeguati o meno di fronte alla mamma o al papà (chi ha avuto la fortuna di averli entrambi) ed inoltre dobbiamo fare i conti con la capacità che abbiamo avuto nel nostro passato di instaurare relazioni affettive soddisfacenti che ci hanno fatto sentire più o meno adeguati.

Ecco che l’insieme di tutti questi fattori ha contribuito al grado di sicurezza o insicurezza che oggi ci appartiene (che ci piaccia o no). Di fatto, alla base della paura del giudizio degli altri troviamo un’altra paura, più profonda: quella del rifiuto e della solitudine.

Guidati da questa potente paura può capitare che possiamo essere più o meno autentici per assecondare l’altro ed evitare quindi l’esposizione ad un conflitto altrimenti spaventoso poiché potrebbe portare alla chiusura di quello specifico rapporto e portare quindi alla solitudine.

Ecco che molti di noi (oserei dire tutti con livelli di gravità diversi), indossano delle maschere, un esempio riguarda la costruzione dell’identità digitale che va a tendere all’ideale del falso sé allontanandosi in realtà dall’essenza identitaria di ognuno.

Come posso vincere la paura del giudizio degli altri?

Gli esercizi che suggerisco, ben consapevole che non costituiranno una soluzione ma un tampone, riguardano l’allenamento della propria spontaneità, rendere più flessibili i valori che utilizziamo per sentirci adeguati, differenziare tra una critica manipolatoria e una costruttiva che può farci invece crescere.

Qualora il senso di dolore della condizione di esposizione al giudizio fosse ingestibile ecco che un percorso di psicoterapia diventa un’arma molto efficace.

Pillole di Psicologia – La relazione terapeutica e la paura di crescere

All’inizio di un percorso di psicoterapia una delle più grandi difficoltà e’ costituita dalla creazione di un rapporto di fiducia tra paziente e terapeuta e, prima di questo, dall’intensità della motivazione a richiedere l’aiuto di un professionista che non si conosce.

Inizialmente paziente e terapeuta sono due sconosciuti. Questo può rappresentare uno scoglio e spesso il paziente si domanda “perché dovrei raccontare la mia vita, le mie fatiche e i miei dolori a questo sconosciuto?”

Questo tema e’ un ostacolo iniziale e, già dopo pochi incontri, si entrerà in un clima connotato emotivamente da una tonalità delle emozioni più calda e confidente, pur nel rispetto della dovuta distanza professionale.

Ecco come l’iniziale ostacolo diverrà poco a poco un punto di forza e quindi quella distanza dal mondo del paziente  permetterà al terapeuta di compiere un’analisi più pulita del racconto della persona e al paziente di aprirsi con maggior spontaneità e naturalezza in un ambiente strutturato da un setting ad hoc e privo di qualunque forma di giudizio all’interno di uno spazio condiviso incontaminato.

Inoltre tutto ciò che paziente e terapeuta condivideranno sarà protetto dal segreto professionale.

Questo clima di “relazione o alleanza terapeutica” favorirà  la buona riuscita del percorso di psicoterapia. Quest’alleanza tra paziente e terapeuta altro non e’ che la condivisione reciproca della fiducia e di alcune regole di rispetto del setting e di buona educazione (impegnarsi in una reciproca puntualità, dare i giusti preavvisi in caso di spostamento della seduta, non sconfinare dal lavoro terapeutico).

Spesso, soprattutto all’inizio di un percorso terapeutico, capita che il paziente abbia l’erronea tendenza a considerare la figura del terapeuta come onnipotente e magica nel sostituirsi a lui nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi, ma ovviamente non e’ così.

In altre situazioni il paziente ricerca nel terapeuta la conferma di appartenere ad una specifica etichetta diagnostica come se questa potesse descriverlo e coglierlo al meglio.

Nella realtà dei fatti e’ fondamentale che il paziente comprenda che la buona riuscita di una psicoterapia implica la sua partecipazione attiva in un clima di fiducia e collaborazione con il  terapeuta.

Uno dei blocchi più frequenti che le persone incontrano nella formulazione di una richiesta d’aiuto e di supporto emotivo e’ rappresentato proprio dal terrore di affrontare la propria autenticità e aprirsi al cambiamento.

Mi capita, alcune volte, che una persona fissi un primo incontro via web o via telefono e, pochi minuti prima dell’ora stabilita, essa scompaia nel nulla. 

Questo capita poiché ognuno ha i suoi tempi nella formulazione di una domanda d’aiuto e si sperimenta un certo grado di paura  quando si coglie che si sta per lavorare su temi faticosi e che spesso sono stati storicamente messi da parte. E’ quindi importante cercare di ascoltarsi e rispettare i propri tempi così da chiedere aiuto quando è maturata sufficientemente la necessità di supporto e la voglia di fare un lavoro attivo e responsabilizzante su di sé.

In certi casi la persona, mossa dalla paura, tenderà alla fuga, alcune volte senza mai essere arrivato nello studio del professionista.

Ecco che per la riuscita di una buona psicoterapia e’ fondamentale formulare una richiesta d’aiuto autentica e toccare con mano almeno il primo colloquio, con la consapevolezza che il desiderio di fuga si traduce in un’intensa paura di scoprirsi e cambiare. Ma la piacevole sorpresa prende forma nel coraggio di affrontare quel pezzetto di dolore, che in natura ha una funzione adattiva, per crescere e riposizionarsi afferrando se stessi e un maggior grado di benessere e felicità.

Pillole di Psicologia – La dimensione della responsabilità e la psicoterapia

Per definire il termine responsabilità sotto intendiamo l’accettazione di ogni conseguenza derivante da un comportamento o da un’azione che abbiamo commesso e che provoca delle conseguenze positive o negative nella propria dimensione esistenziale.

L’essere umano, nella sua vita, si assume un pezzetto di responsabilità ogni volta che compie una scelta riposizionandosi rispetto a degli obiettivi personali da perseguire (ad esempio sarà difficile che Franco tratti male Erica se egli è intenzionato ad invitarla per cena e se questo dovesse accadere ci interrogheremmo sul perché Franco abbia deciso di auto sabotarsi).

Eppure capita molte volte nella vita di una persona, che, nonostante vi sia un’apparente chiarezza circa la direzione da prendere in un’area di vita, ad esempio nella sfera affettiva, l’individuo attui un comportamento incoerente volto a sabotare il conseguimento di un obiettivo o che quella stessa persona trasformi il proprio racconto di sé a sé stessa e agli altri pur di non affrontare una situazione altrimenti faticosa.

La persona spesso non afferra, nel racconto di sé, questo modo di agire deresponsabilizzato vuoi per paura, vuoi per abitudine. Ad esempio Piero, che si lamenta di non trovare mai lavoro non ricorda, posto di fronte alla domanda circa il suo ultimo invio di CV, quando avesse risposto ad un annuncio lavorativo l’ultima volta. In questo esempio un racconto di sé responsabilizzato ci porta alla traduzione del fenomeno del tipo “Piero non trova lavoro perché non lo cerca” e un racconto di sé deresponsabilizzato ci porta ad una traduzione del medesimo fenomeno del tipo “Piero non trova lavoro perché c’è la crisi”.

Dove voglio arrivare?

Spesso le persone, pur di non fare quel passo faticoso per aprirsi al cambiamento, che genera paura, si raccontano l’esperienza in modo così poco autentico e lontano da sé e da ciò che si prova davvero a livello emotivo, che può generarsi sofferenza psichica anche intensa.

In questi casi l’obiettivo di una buona psicoterapia è quello di condurre la persona ad afferrare un senso più autentico di sé e assume la forma di un percorso di responsabilizzazione.

Il dialogo tra responsabilità e psicoterapia è un continuum inscindibile, infatti essere consapevoli della propria responsabilità nella quotidianità significa spesso essere consapevoli di sé e considerarsi come parte attiva nella costruzione della propria vita e non come parte lesa che subisce passivamente la vita in modo deresponsabilizzato.

Per la persona che non accetta le sue responsabilità e che getta la colpa e l’origine dei propri mali sempre e solo sugli altri o sul contesto esterno è difficile pensare ad una terapia con risultati ottimali, infatti crescere e trasformarsi presuppone la voglia di mettersi in discussione.

L’apertura al cambiamento di sé passa inevitabilmente dalla posizione nella quale l’individuo si fa autore della propria esistenza.

Se la persona riesce a fare questo passetto preliminare, ecco che la potenza di una psicoterapia sprigiona la sua massima efficacia e può contribuire ad aiutare l’essere umano a compiere quelle svolte esistenziali tanto desiderate e mai afferrate. Si abbandonerà così la dimensione del lamento che genera dolore e chiusura di possibilità di vita e si avrà accesso alla dimensione della crescita che genera autenticità, benessere e vita.

Pillole di Psicologia – Quelli della salute mentale: che confusione!

Psicologo: è una persona che ha conseguito una laurea in Psicologia e che si è abilitato con il passaggio dell’Esame di Stato e con l’iscrizione all’Albo professionale. Come recita l’articolo 3 del codice deontologico degli psicologi: “lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace”.

Egli non può prescrivere farmaci poiché non è un medico.

Psicoterapeuta: può essere sia uno psicologo sia un medico a seconda del tipo di laurea conseguita. Dopo la laurea in Psicologia o in Medicina ha dovuto frequentare e conseguire il diploma in una scuola di specializzazione in Psicoterapia. E’ un professionista che può intervenire nella cura di quelle manifestazioni psicologiche, emotive, comportamentali molto intense e che possono comportare una sintomatologia clinica significativa.

Lo psicoterapeuta non può somministrare farmaci (eccezion fatta per chi ha alle spalle un percorso di laurea in Medicina, ma anche in tal caso, sarebbe opportuno diversificare l’approccio farmacologico da quello psicoterapico).

I modelli teorici di riferimento della psicoterapia sono davvero moltissimi. Tra i più conosciuti troviamo l’orientamento psicanalitico, cognitivo, cognitivo comportamentale, costruttivista.

Psichiatra: è un laureato in Medicina con specializzazione in Psichiatria. Non è uno psicologo (salvo il conseguimento di una doppia laurea) e può somministrare farmaci.

Lo psichiatra può essere anche psicoterapeuta se segue la relativa scuola di specializzazione.

Anche se è molto difficile generalizzare, la differenza sostanziale tra Psicologo e Psichiatra, oltre alla gravità ed intensità delle manifestazioni cliniche trattate, riguarda un intervento, quello dello Psichiatra, orientato maggiormente in una direzione organica farmacologica. E’ però fondamentale cogliere che l’approccio delle figure della salute mentale, nella Società di oggi, è integrato in un modello bio psico sociale con l’obiettivo quindi di essere interdisciplinare e ponderare ciò che è bio (nature) e ciò che è ambiente (norture).

Neurologo: medico specializzato in Neurologia. Egli si occupa delle malattie organiche del sistema nervoso.

Counseling e coaching: condividono un denominatore comune e cioè quello di sostenere e sviluppare il processo di auto realizzazione dell’individuo attraverso l’instaurarsi di un rapporto tra professionista e cliente in base agli obiettivi che si vogliono raggiungere.

La figura del counsellor o consulente, che offre servizi di coaching di vario genere, in Italia, non è normata da un Albo professionale.

Seppur counseling e coaching siano valide metodologie di supporto alla persona vi sono state molte controversie a causa della sovrapposizione con i servizi offerti dallo Psicologo (figura normata dal relativo Ordine professionale).

L’attuale delibera del CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi), emanata nel 2018 dopo lunghi scontri legali, afferma che quei servizi legati al counseling e al coaching sono riconosciuti fra le tecniche della professione di Psicologo e non possono essere professioni esercitate da chi non è regolarmente iscritto all’Ordine degli Psicologi.

Il CNOP ha inoltre deliberato che offrire servizi di counseling senza essere iscritti all’Albo degli Psicologi è un abuso della professione.