Pillole di Psicologia – Comfort zone

Ogni azione nella vita porta ognuno di noi a compiere una scelta.

Queste scelte potranno essere più orientate a mantenere stabilità e ridurre al minimo la percentuale di rischio o maggiormente orientate a calcolare una piccola quota di rischio come necessaria per la realizzazione di sé.

In realtà ogni scelta è connessa ad un rischio, anche quelle che credi ti mantengano stabile e ancorato alla tua comfort zone presentano delle criticità come ad esempio il mantenimento di uno stato che genera malessere o l’impossibilità di realizzare i propri obiettivi personali e, quindi, di raggiungere il successo.

In ogni aspetto della vita è necessario rischiare, vivere quel piccolo brivido di adrenalina che ti porterà a domandarti se “ci riuscirai oppure no”.

Non che il rischio sia un tema culturale obbligato, anzi forse la nostra società ci ha, da sempre, educati a rischiare il meno possibile per mantenere lo stato di quiete.

Eppure è fondamentale cogliere che il successo personale (relazioni), professionale (obiettivi imprenditoriali) e la libertà di esprimere la propria identità con tutto il benessere psicologico che ne consegue passano necessariamente da quel rischio che spesso vuoi evitare. Quel brivido, quella paura è la miccia che ti permette di vivere la tua vita nel modo più autentico possibile e con una centratura sinergica tra ciò che provi, ciò che sei e ciò che fai quotidianamente.

Quindi segui il tuo istinto e rischia! Fatti guidare dal buon senso e dal tuo senso di responsabilità e rischia!

Il mio non è un invito a compiere un salto nel vuoto ma è un tema legato ad assumersi nelle varie situazioni una piccola quota di rischio. La tua “pancia emotiva” ha capito cosa intendo e cerca di ascoltarla! Nessuno meglio di lei sa ciò che devi fare e ciò che è più giusto per te! Non ignorarla!

Pillole di Psicologia – Ludopatia

“Scommettiamo che la mia non è una dipendenza dal gioco d’azzardo?” (Lorenzo Recanatini).

Il gioco d’azzardo è molto simile ai meccanismi sottesi alle altre forme di dipendenza da sostanze.

Ci sono forme e sfumature che variano di gravità. La forma patologica è caratterizzata da diverse fasi: quella della vincita (idealizzazione), quella della perdita (anche piuttosto elevata), quella della disperazione e della rinuncia (dove è più facile che la persona si faccia aiutare anche se, ahimè, i danni economici sono ormai devastanti).

Il “Gambling Disorder”, come viene anche catalogato, può a tutti gli effetti essere considerata una dipendenza senza sostanza o nella quale il gioco diviene la “sostanza”. Il suo andamento evolutivo è cronico e recidivante e può compromettere gravemente la salute fisica e psichica della persona che la vive.

I criteri diagnostici rimandano alla necessità di giocare per ricercare l’eccitazione o la sedazione desiderata, ad irritabilità se qualcuno prova a interrompere l’attività, a sforzi infruttuosi per interrompere il gioco, ad una preoccupazione costante per il gioco d’azzardo, al valore del gioco  per gestire in modo disfunzionale le emozioni, al racconto di bugie, alla perdita di una relazione a causa del gioco, alla ricerca del denaro in altre persone per giocarlo (prestiti, furti), alla perdita del lavoro a causa del gioco. Va specificata la gravità del disagio (lieve, moderata, grave).

A livello fenomenologico emerge in modo molto chiaro il valore del gioco come canale per “eccitarsi” qualora la persona non si “sentisse” in una vita personale piatta e priva di motivazione e stimoli emotivi attivanti o come canale “sedante” qualora la persona si “sentisse” troppo e quindi non fosse in grado di gestire le proprie emozioni, in tal caso il gioco arriva ad avere la funzione di spegnimento emotivo. Il meccanismo è piuttosto simile a quanto accade in alcune forme di disturbi alimentari nel meccanismo abbuffata/restrizione.

Un percorso di Psicoterapia è essenziale per uscirne in modo graduale affinché la persona possa riafferrare una vita equilibrata senza distruggere se stessa e i propri affetti.

Pillole di Psicologia – Gelosia e Invidia

Concludiamo questo viaggio nelle emozioni con un’analisi sulla gelosia e sull’invidia.

“L’uomo invidioso pensa che se il suo vicino si rompe una gamba, egli sarà in grado di camminare meglio”. (Helmut Schoeck)

Gelosia ed invidia sono due emozioni secondarie complesse legate intimamente alle dinamiche sociali e tra l’altro spesso sovrapponibili.

La gelosia è parte fondante della vita dell’essere umano sin dall’infanzia e si trasforma nel corso dell’intera esistenza assumendo le sfumature più disparate: la gelosia di un bambino verso i propri genitori o verso un giocattolo, la gelosia verso il partner affettivo in età adulta o all’interno di una relazione amicale, la gelosia nei confronti di alcuni beni.

La gelosia implica un vissuto di allerta e di possibilità di perdita di qualcuno o qualcosa. Quest’emozione può arrivare, se connotata da un’eccessivo bisogno di possessività di quella cosa o di quella persona, ad essere significativamente invalidante e motivo di intensa sofferenza per la persona che la vive e per la persona a cui è rivolta.

La letteratura scientifica ci permette di dire che, soprattutto nella gelosia amorosa, è presente una diminuzione dell’autostima della persona gelosa e questo provocherà una maggior insicurezza di sé aprendo a vissuti di rabbia, preoccupazione, vergogna fino ad una vera e propria disperazione nelle situazioni più intense.

Le azioni del geloso (controllo, pedinamenti, aggressioni, vendette, dispetti) hanno origine in un più ampio senso di vulnerabilità, inferiorità che portano la persona a vivere in un persistente stato di insicurezza. Sto descrivendo una situazione connotata da un certo grado di gravità ma vi sono anche sfumature più soft.

L’invidia ha invece, seppur con molteplici punti di sovrapposizione rispetto alla gelosia, un riferimento maggiore al valore e all’immagine di sé. Alla base dell’invidia troviamo un senso di inferiorità, di competizione e di mancanza che porta la persona a desiderare il possesso di un bene o di una qualità o di uno status sociale che porta l’invidioso ad un ideale confronto con chi possiede l’oggetto del desiderio di possesso. Nell’invidia è importante il ruolo della rivalità e della competizione verso l’altro che spesso è considerato come colui che è fonte d’impedimento nella realizzazione del desiderio di possesso.

Spesso l’invidia sperimentata dalla persona invidiosa è negata e difficilmente sarà condivisa esplicitamente poiché fonte di vergogna nel dialogo con se stessi.

Dove sono in queste due emozioni, che assumono le caratteristiche di vere e proprie condizioni esistenziali, le funzioni emotive adattive?

Beh, seppur sia davvero complicato nella gelosia e nell’invidia cogliere quelli che possono essere degli spunti positivi, ecco che le risorse, in condizioni di gravità non psicopatologica, riguardano la spinta all’auto miglioramento di sé e quindi verso quei benefici che una competizione sana nella relazione con l’altro possono farci crescere personalmente, affettivamente e professionalmente.

Pillole di Psicologia – Speranza

“La paura può farti prigioniero, la speranza può renderti libero” (dal film “Le Ali della libertà”).

Per molto tempo si è discusso sul tema del considerare la speranza un’emozione oppure no. In realtà possiamo farla rientrare nello spettro delle emozioni secondarie e quindi di quelle emozioni che derivano da un miscuglio tra le emozioni primarie e le interazioni sociali della persona.

La speranza è intimamente connessa con le emozioni positive, infatti l’atto dello sperare genera benessere e motivazione verso il futuro. Quando speriamo ci sentiamo bene, carichi e positivi.

Se ci pensate ogni progetto, da quello affettivo a quello lavorativo, trova un denominatore comune nella speranza. Ogni piano può potenzialmente fallire e quindi andar male. Quindi lo evitiamo? Assolutamente no! Speriamo che funzioni!

Pensate sennò a tutte quelle situazioni della vita di ognuno di noi che generano dolore e sembrano apparentemente insormontabili ed ecco che la speranza assume la configurazione di una luce verso la quale tendere per rialzarsi ed andare avanti.

Quando la speranza diventa faticosa e controproducente? Ciò accade quando la speranza viene idealizzata e si trasforma in aspettativa. Avere un’aspettativa su di un risultato o su come andranno le cose genera, ahimè, quasi sempre frustrazione. Questo capita perché sia nella migliore sia nella peggiore delle ipotesi la realtà delle cose sarà profondamente diversa dall’aspettativa, proprio perché questa è ideale e perde possibilità di realtà.

Come sempre, gli eccessi, non conducono all’equilibrio ed al benessere, quindi è importante coltivare la propria speranza così da mantenere quella spinta di vita ad andare avanti, ma occhio a non idealizzarla e trasformarla in tante aspettative in questo o in quel contesto, infatti potrebbe diventare un’operazione piuttosto frustrante.

Pillole di Psicologia – Rimorso

Nel nostro viaggio nell’Universo delle emozioni, qualche giorno fa, abbiamo analizzato il perdono. In realtà questo è piuttosto legato al rimorso. Il perdono implica l’accettazione della situazione subita con il riposizionamento personale orientato all’andare avanti con la propria vita. Il rimorso invece è un po’ come se fosse un perdono a metà, quindi non completamente elaborato ed è auto diretto. Il rimorso implica la centratura della persona su di uno sguardo volto all’indietro nella propria vita, in cerca di una ideale comprensione di ciò che la persona ha sbagliato nel passato così da colpevolizzare la sua condizione nel presente.

Il rimorso è uno stato d’animo che deriva dalla consapevolezza di non aver seguito o rispettato un sistema di valori e come conseguenza genera quest’emozione che è strettamente connessa alla colpa.

Come ogni emozione anche il rimorso ha una funzione adattiva. In che modo? Beh, la persona che prova rimorso oppure un più articolato e conseguente senso di colpa sarà spinta a “correggere” la propria condotta così da rientrare nei binari morali propri del suo sistema valoriale. Il rimorso è quindi importante poiché genera una riflessione empatica sulle azioni che si sono messe in atto in un determinato contesto così da riallinearle con il proprio codice morale, in linea con un più ampio codice etico condiviso in quel momento storico dal contesto socio culturale di appartenenza.

La letteratura scientifica, nello specifico la branca degli studi di criminologia del celebre genio Cesare Lombroso, ci suggerisce che non tutte le persone siano in grado di provare rimorso o senso di colpa e parliamo in questi casi di disturbo antisociale di personalità o di una condizione di psicopatia: caratterizzata dalla freddezza emotiva e quindi dall’incapacità di sentire le emozioni dovuta anche a correlati neurali alterati.

Come sempre un’ eccessiva centratura sui propri vissuti emotivi, nello specifico sul rimorso conseguente ad una condotta specifica potrebbe risultare invalidante se non elaborato e tradotto in un comportamento che riposiziona la persona rispetto a quella situazione.

Pillole di Psicologia – Disgusto

Il disgusto è un’emozione primaria, infatti è molto importante perché ci permette di reagire di fronte ad uno stimolo sgradevole e potenzialmente nocivo.

Quest’emozione può trovare delle dimensioni espressive anche oltre al piano alimentare: mangio un cibo nocivo e, grazie al sapore disgustoso, lo sputo.

Queste configurazioni del disgusto, sul piano del nutrimento, hanno a che fare con il gusto: uno dei cinque sensi.

Ma il gusto può configurarsi anche slegato da una dimensione sensibile connessa al sapore: il gusto di vestire, il gusto estetico nella scelta di un partner, il gusto di un valore morale.

Vediamo come uno dei cinque sensi può tradursi in emozione: il disgusto rivolto verso una persona a causa di un comportamento brutale, il disgusto per una situazione ingiusta sul piano valoriale.

Quindi il disgusto come emozione adattiva per la sopravvivenza si traduce anche all’interno di un piano sociale: adesione o meno ad un comportamento, vicinanza o lontananza da una persona nociva (notate delle somiglianze con un alimento tossico?).

Le emozioni sono fondamentali nel riposizionare ognuno di noi nella propria vita: il disgusto ci permetterà di discriminare ciò che ci fa bene da ciò che non ci fa bene anche all’interno delle relazioni (relazione tossica?), del lavoro (il disgusto per una mansione), di un’esperienza (“l’idea di pattinare mi disgusta”), della moda.

L’obiettivo, per raggiungere il proprio benessere, sarà quello di aderire nel modo più autentico possibile a ciò che le nostre emozioni, nella pancia, ci comunicheranno.

Se scegliamo di ignorare le emozioni, il nostro disgusto per qualcosa, sarà nostra la responsabilità per una situazione spiacevole e dolorosa.

Pillole di Psicologia – Nostalgia

La nostalgia è un’emozione secondaria, un vero e proprio stato d’animo in alcune situazioni emotive introspettive.

La nostalgia, è simile alla tristezza, ma ci fa pensare a qualcosa che un tempo fu bello e felice e che oggi, ahimè, è venuto meno e non tornerà mai più: una relazione finita, un momento con la nonna, un viaggio da bambini con la compagnia di persone che poi si sono perse per sempre, un ricordo nitido della tua versione infantile al mare che faceva i castelli di sabbia con un padre che poi è mancato.

Difficile da accettare eh? Il vissuto emotivo è ambivalente, spazia da picchi di felicità malinconica a momenti di disperazione assoluta. L’equilibrio, come sempre, è nel mezzo.Ciò che quei ricordi suscitano in noi sono veri e propri scossoni elettrici nello stomaco uniti a tanti brividi che attraversano il corpo. A quel punto le reazioni sono due: chi fa un sorriso sospirante e torna alla sua vita e chi invece non riesce a uscire da quel vortice nostalgico.Vi sono degli studi (Routledge et al.) i cui dati indicano che la nostalgia sia una risorsa enorme poiché sostiene e alimenta un significato più ampio dell’esistenza di ognuno di noi. Sembra addirittura che la nostalgia sana sia un fattore protettivo verso ansia e depressione.

Occhio però a non caderne vittime, infatti come in tutte le cose, una certa quantità di nostalgia è utile e sana, ma se questa diventa il nostro presente ecco che il confine con la depressione melanconica è ad un passo e la nostalgia assumerà i tratti di una più dirompente melanconia che vedrà in ciò che è stato motivo di sofferenza oggi e lo sguardo della persona arriverà quindi ad essere orientato in modo depressivo all’indietro piuttosto che prospetticamente in avanti, perdendo quindi per strada la pulsione di vita.

Coltiva quindi la tua nostalgia domandola senza caderne vittima.

Pillole di Psicologia – Perdono

Il perdono è un tema delicato che mette in contatto la persona con delle fragilità personali importanti, tanto maggiori quanto sono gravi gli eventi che l’hanno fatta molto soffrire.

Perdonare permette di eliminare tutta quell’energia negativa investita altrimenti in processi come il rimuginio sulla sequenza degli eventi che hanno portato all’episodio doloroso, sulla responsabilità auto diretta o eterodiretta, sull’adeguatezza delle proprie e altrui scelte.

Un periodo iniziale, un primo momento per elaborare la rabbia e le emozioni connesse ad un episodio subito ed ingiusto, è utile ed importante. Ma con il passare del tempo è essenziale elaborare questi contenuti così da giungere al perdono e “liberarsi” riaprendosi al mondo. Il rischio infatti è quello, senza perdono, di rimanere ancorati all’episodio doloroso subito senza possibilità di evolvere e riprendere in mano la propria vita così da superare quel momento. Il rischio, senza la dimensione del perdono, è quello di rinunciare ad una possibile e futura felicità in nome di ciò che è stato e del passato.

Questa è, senza dubbio, un’operazione molto faticosa da attuare, specie se sommersi da tutti i vissuti emotivi che ci rendono meno lucidi ma è una quota di fatica che libera la persona che vivrà altrimenti intrappolata e prigioniera del passato.

Ritengo che mai come in circostanze ove è necessario perdonare sia utile un lavoro di analisi di sé e di elaborazione dei propri vissuti con uno Psicologo così da uscirne nel più breve tempo possibile e con delle risorse rinforzate che riportano l’essere umano su un piano di desiderio di vita e di nuovi progetti verso i quali tendere.

Il perdono implica una scelta, quella di liberarsi del passato subito per tornare a vivere. La scelta di non perdonare apre alla dimensione del rancore e al desiderio di rivalsa rispetto al torto subito ma tale piano sarà estremamente faticoso e il senso di ripristino di un piano valoriale di giustizia sarà solo illusorio e la perdita di potenza dell’essere sarà immensa: la persona resterà melanconicamente ancorata al passato senza riposizionarsi in una dimensione vitale di fame di vita e di futuro.

Attenzione perché a volte questa scelta controproducente diverrà una giustificazione per non lasciare andare il passato.

Pillole di Psicologia – Gioia

Ecco che siamo finalmente arrivati a quella che, socialmente, è l’unica emozione primaria positiva. Anche se nei post dei giorni scorsi ho voluto sottolineare quanto anche le emozioni, socialmente considerate negative, siano importanti ed essenziali per il nostro benessere psichico.

Come per l’arte, è tanto più facile dipingere un’opera mossi da emozioni dolorose che spinti da emozioni gioiose. Altrettanto è per me molto più semplice condividere con voi le emozioni faticose quanto è più complesso descrivere ciò che ci fa stare bene: la gioia.

Definirei la gioia come l’emozione verso la quale tutti noi vorremmo tendere. Occhio però a tradurre la gioia con delle parole realistiche, altrimenti rischiereste di non afferrarla mai! Ritengo quindi importante non idealizzarla.

La gioia è il motore della vita, è l’emozione che ci spinge ad aprirci al mondo, ad esplorarlo ed incontrarlo cercando di vivere tutte le sfumature meravigliose che offre. La gioia genera vita, movimento, esplorazione, amore e curiosità.

Quando proviamo gioia? Ogni volta che crediamo e sentiamo di aver realizzato uno scopo per noi essenziale come aver raggiunto il lavoro dei nostri sogni, avvertire di essere arrivati al successo, aver realizzato una progettualità affettiva o genitoriale, aver fatto un viaggio da sempre desiderato o amare una persona profondamente.

Ognuno ha la propria definizione di gioia e tenderà a muoversi nella sua storia così da afferrarla.

Il tema importante riguarda la possibilità di vivere la gioia, infatti è tanto faticoso afferrarla, con tutti i sacrifici che questa richiede, quanto è molto facile perderla per strada con scelte incoerenti con i propri progetti di vita.

La gioia non durerà mai in eterno ed è importante cogliere quest’aspetto così da abbassare la propria asticella del benessere e portarla sul piano dell’entusiasmo, che in qualche modo tradurrei come “la gioia del presente e di ciò che si sta facendo”. Viviamo l’entusiasmo dell’istante!

Pillole di Psicologia – Vergogna

Per proseguire il nostro viaggio nell’universo delle emozioni incontreremo oggi la Vergogna.

Quest’emozione è molto importante perché, senza una capacità di gestione adeguata, può inficiare significativamente la vita personale e professionale della persona.

La vergogna infatti è anche strettamente legata all’autostima e quindi, ad una bassa autostima corrisponderà un maggiore senso di vergogna generalizzato poiché la persona si sentirà costantemente inadeguata nel contesto di riferimento.

La vergogna è un’emozione sociale sperimentata quando si teme di fallire in una situazione o quando si crede di non aver rispettato degli standard di comportamento o prestazione che la persona si è posta da sola e che, per bias cognitivo (errore di giudizio), rappresentano l’asticella verso la quale tendere per mantenere un senso di adeguatezza nel rapporto con se stessi. Sotto quell’asticella la persona si sentirà inadeguata e proverà vergogna e sopra quell’asticella la persona si sentirà stabile. Spesso, in situazioni di sofferenza psicologica, l’asticella dell’aspettativa alla quale aderire è molto elevata e quindi parleremo di falso sé o ideale del sé, di fatto irraggiungibile e quindi la persona vivrà in un continuo stato di inadeguatezza e vergogna.

La vergogna è un’emozione secondaria, sviluppata con la crescita e l’esposizione sociale della persona, ed infatti è intimamente connessa con la competenza sociale: all’autovalutazione di sé rispetto ad uno standard desiderato a livello sociale.

Spesso la reazione della persona all’emozione vergogna è la rabbia e l’isolamento. Tale emozione compare dopo il secondo anno di vita e ha a che fare con l’immagine di sé e l’auto consapevolezza. Un ruolo importante in questa emozione è giocato dai genitori, dagli insegnanti e dal gruppo dei pari che in tenera età contribuiscono alla costruzione di un’autostima strutturata e definita in grado di integrare nello spettro emotivo anche la vergogna. Sembra esserci una correlazione tra bassa autostima, vergogna marcata e umiliazioni subite nel contesto domestico o dal gruppo dei pari (bullismo).

Ogni individuo ha una teoria relativa ad un sé ideale e per imparare a gestire la vergogna ed integrarla con il proprio sé è importante abbassare l’asticella dell’aspettativa sociale immaginaria. Un lavoro di analisi di sé con un professionista Psicologo può significativamente aiutare la persona a rafforzare la sua autostima e integrare la vergogna come parte della vita sociale di una persona.

Ho evidenziato alcune criticità significative della vergogna e teniamo presente che vi sono sfumature molto sottili nella quotidianità di ognuno di noi che sono però molto gestibili (ad esempio la vergogna provata per una gaffe con un collega al lavoro).